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BAGNASCO/ Il testo integrale della prolusione alla Settimana Sociale dei Cattolici Italiani

Pubblicazione:giovedì 12 settembre 2013 - Ultimo aggiornamento:venerdì 13 settembre 2013, 10.12

Il cardinale Angelo Bagnasco (InfoPhoto) Il cardinale Angelo Bagnasco (InfoPhoto)

Frequentemente ci si oppone alle ragionevoli considerazioni della Chiesa per motivi ideologici. Nei mesi scorsi, il dibattito sulla legge contro l’omofobia ha manifestato con chiarezza questa tendenza. Nessuno discute il crimine e l’odiosità della violenza contro ogni persona, qualunque ne sia il motivo: tale decisa e codificata condanna – coniugata con una costante azione educativa – dovrebbe essere sufficiente in una società civile. In ogni caso, per lo stesso senso di civiltà, nessuno dovrebbe discriminare, né tanto meno poter incriminare in alcun modo, chi sostenga pubblicamente ad esempio che la famiglia è solo quella tra un uomo e una donna fondata sul matrimonio, o che la dimensione sessuata è un fatto di natura e non di cultura.

Il secondo processo che ha gradualmente segnata l’esperienza della famiglia è l’oscuramento della differenza tra le generazioni e, quando in un ambiente non vi è luce, o ci si allontana o ci si scontra. Tale messa tra parentesi oggi porta ad una sorta di ‘segregazione generazionale’, per cui sembra che tra adulti e giovani sia diventato impossibile parlarsi e ancora prima ascoltarsi. Colpiti da una forma di reciproco autismo e indifferenza, diventa sempre più difficile pensare ad un’origine comune, ciascuno tendendo a vivere il suo segmento di presente come se fosse l’unica cosa che conta, l’unica certezza. A questo riguardo, è stato notato che il fatto di nascere da qualcuno appare – ancor più che la censura della morte – l’autentica rimozione della nostra epoca. In effetti, quello che manca è la percezione di pro-venire da altro e di non essere autosufficienti, auto-fondanti. Significativamente, nel processo di secolarizzazione, l’essere umano pretende di trasferire su se stesso gli attributi di Dio, dimenticando però il più importante: l’essere di Dio è esserci per gli altri, è generare, è Amore.

Al tema della generazione e dell’origine si collega strettamente quello dell’autorità. Non a caso, la crisi di quest’ultima si è manifestata in quella ‘morte del padre’ che ha caratterizzato, a partire dal ’68, le società occidentali, ridefinendo le coordinate dei rapporti non solo all’interno della famiglia, ma anche della scuola, della Chiesa, dell’intera società. Il motivo del rifiuto dell’autorità è che essa viene sistematicamente confusa con il potere, di cui si ha una concezione pregiudizialmente negativa come imposizione e arbitrio. In generale, l’autorità è chiamata ad essere punto di riferimento per gli altri, deve discernere il bene comune, decidere in modo obbligante. Nessuna autorità è per affermare se stessa, ma sempre e solo per servire gli altri: in famiglia, in società, nella Chiesa. Sul piano educativo, poi, chi ha autorità deve acquisire in modo speciale quella autorevolezza che deriva dalla personale coerenza, dall’avere qualcosa di vero e di grande da dire, dal riconoscere il proprio ruolo, dal giocarsi in prima persona sapendo che educando gli altri educa se stesso. Per questo è ascoltato, perché ascoltandolo ci si sente crescere.

Ci vogliono dunque adulti che siano interiormente maturi, che non giochino con il mito dell’eterna giovinezza; che non si pongano in patetica concorrenza con i propri figli; che siano visibilmente lieti della loro età; consapevoli del doversi far carico perché altri si aprano responsabilmente alla loro vita. I genitori – a titolo specialissimo – devono accendere nei figli l’uomo spirituale e morale; devono generare l’uomo del corpo ma anche dell’anima; devono condurre la persona oltre se stessa per introdurla alla realtà intera, consci che – per dirla con Romano Guardini – “l’educatore deve aver ben chiaro al riguardo che la massima efficacia non viene da come egli parla, bensì da ciò che egli stesso è e fa. Questo crea l’atmosfera; e il fanciullo, che non riflette o riflette poco, è soprattutto ricettivo all’atmosfera. Si può dire che il primo fattore è ciò che l’educatore è; il secondo è ciò che l’educatore fa; solo il terzo, ciò che egli dice”.

Mi ha colpito, nella recente GMG di Rio, l’invito ripetuto di Papa Francesco a ristabilire il dialogo tra giovani ed anziani che, a suo dire, sono i due estremi della società che rischiano di essere scartati. Gli anziani sono «importanti nella vita della famiglia per comunicare quel patrimonio di umanità e di fede che è essenziale per ogni società». Invece, non di rado sono trattati come un peso, anziché essere considerati il più grande bagaglio di conoscenze e saggezza. Essi sono visti non di rado come una spesa magari da contenere o ridurre con provvedimenti disumani seppure mascherati come libertà individuale e pietà sociale. A loro volta gli anziani, almeno quelli attivi, rischiano di assimilare una mentalità individualistica, e faticano a fare spazio ai giovani, oppure si ripiegano sulla dimensione privata del consumo, mentre potrebbero ancora mettere a disposizione energie e competenze per il bene comune.


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COMMENTI
12/09/2013 - famiglia con le porte aperte (luisella martin)

Porte aperte per poter uscire incontro al mondo e per fare entrare l'altro, l'amico,lo sconosciuto, lo straniero. Quando si chiude la porta per proteggere dal male, significa che il male é già entrato, attraverso le tortuose e misteriose vie della tentazione. Credo che la Chiesa debba chiedere ai futuri sposi impegni concreti di apertura verso la comunità dei credenti,cosa che in passato non ha fatto; per questo oggi non può ignorare le tante situazioni di crisi e, prima che sfocino in separazioni o peggio in violenza, si faccia carico, attraverso la comunità, di intervenire in aiuto materno, affettuoso e concreto alle famiglie in difficoltà sia morali che economiche.