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BEATO PUGLISI/ Agliastro (giudice): ucciso perché toglieva i bambini a Cosa nostra

Pubblicazione:domenica 15 settembre 2013

Don Pino Puglisi (Infophoto) Don Pino Puglisi (Infophoto)

Certamente questa figura assolutamente peculiare di sacerdote. Si consideri che venti anni fa – non spetta a me dirlo – non erano molti coloro che interpretavano in questo modo il ruolo di sacerdote. Puglisi aveva la consapevolezza che prima o dopo l'avrebbero ucciso. Abbiamo potuto ricostruire gli ultimi giorni della sua vita: ne emerge una persona che era stata sempre dolcissima come emerge dal sorriso che si scorge in tante fotografie o immagini che lo riguardano, diventata improvvisamente brusca nei tratti umani, che non voleva né raccontare le continue intimidazioni che aveva subito, né voleva che i suoi amici e collaboratori potessero per sua colpa venire coinvolti in azioni di sangue. Aveva chiaro ciò che gli sarebbe accaduto… 

 

Vada avanti, se può.

Uno dei due uccisori, Salvatore Grigoli, riferì la frase di don Puglisi, nel momento in cui gli puntava la pistola: "me l'aspettavo". A distanza di vent'anni l'altro killer, Gaspare Spatuzza, ha confermato in qualche modo la stessa affermazione. Ma vent'anni fa non potevamo avere la certezza assoluta della veridicità di quanto affermato da Grigoli; poteva essere un falso pentito o un "cavallo di Troia", cioè poteva dare la sua versione per fare crollare quella ricostruzione processuale o quella di altri processi, o coinvolgere o escludere determinati soggetti. Da qui la necessità di acquisire ogni tipo di riscontro che abbiamo fatto, a partire dalla testimonianza di Grigoli a raffronto con le deposizioni di tanti altri testi, riscontri di attendibilità oggettiva e credibilità soggettiva che ci fece capire di essere sulla strada giusta: tutto l'impianto processuale ha retto in tutti i gradi di giudizio, fino in Cassazione.  


Che cosa ha provato quando ha appreso della beatificazione di don Puglisi?

Un senso etico fortissimo. Amo definirmi un giudice un po' calvinista, rigoroso, austero, impegnato anche sul piano civile, nelle scuole, nelle comunità, ma sempre nel silenzio e nell'anonimità più assoluti. Ho vissuto nell'osservanza dei valori morali, a partire dal senso della giustizia. Per questo ho ritenuto la beatificazione di padre Puglisi come il riconoscimento di "un'opera di giustizia" nei confronti di un prete che non doveva essere ucciso, "un mettere a posto il senso delle cose". Da noi queste morti si chiamano in dialetto "accattate", cioè comprate, annunciate, insomma che si potevano evitare. Abbiamo assistito alla rappresentazione di un copione già scritto - ovviamente dalla mafia di Brancaccio - di cui si conosceva l'epilogo. Ma Puglisi era un uomo solo, come erano rimasti soli l'imprenditore Libero Grassi, il generale Dalla Chiesa, i giudici Falcone e Borsellino, i commissari Montana e Cassarà (di alcuni degli omicidi eccellenti ho scritto le sentenze come giudice di Corte d'Assise). Per questo definisco la beatificazione di Puglisi un atto di giustizia, ovviamente laica, almeno dal mio punto di vista di giudice.  


A suo avviso che contributo può dare questa beatificazione all'impegno contro la mafia della chiesa e della società civile?


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