BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

PAPA & SCALFARI/ Caro Eugenio, la speranza non è un pensiero

Pubblicazione:lunedì 16 settembre 2013

Eugenio Scalfari (Infophoto) Eugenio Scalfari (Infophoto)

L’uomo sarebbe, quindi, un congegno di ingranaggi i cui meccanismi andrebbero oliati perché la macchina funzioni nel modo migliore. La felicità dell’individuo è, dunque, ridotta alla soddisfazione dei piaceri dei singoli ingranaggi. La morale umana è dominata dall’egoismo e dal libertinaggio.

L’antropologo Lévi-Strauss in Tristi tropici arriva a sostenere che perfino il mito non è portatore di un messaggio, ma frutto dell’attività cerebrale dell’uomo. Partendo da un materialismo marxista, i suoi studi mirano a dimostrare che l’uomo non sia religiosus. Quando anche le domande più profonde dell’uomo vengono fatte risalire a reazioni fisiologiche, allora non c’è proprio più nulla che possa distinguere l’uomo dalla bestia e l’homo religiosus è definitivamente ridotto a homo oeconomicus. L’uomo non è più domanda di infinito, esigenza di felicità, di amore, di bellezza, ma è materia pensante. Anche la natura del desiderio è così ridotta alla stregua dei bisogni materiali.

Eppure proprio quando Scalfari descrive l’uomo come animato dal desiderio, coglie uno dei tratti fondamentali ed unici che ci caratterizzano, che Leopardi ha descritto così bene in tutta la sua produzione. La noia è il sentimento che denuncia in maniera inconfondibile la statura umana, l’aspirazione all’Infinito del nostro animo, la sua incapacità di accontentarsi di piaceri finiti e limitati, la necessità di incontrare un piacere infinito che corrisponda al proprio cuore. La ragione umana riconosce questa incapacità dell’uomo a soddisfarsi, la necessità che ci si imbatta in qualcos’altro. “La perfezione della ragione consiste in conoscere la sua propria insufficienza a felicitarci”.

Dobbiamo avere rispetto di questo “religioso” sentimento di insoddisfazione e di inquietudine, di questa tristezza che deriva da una tensione inesausta all’infinito, alla compiutezza e alla perfezione, di quel sentimento che Leopardi definisce laconicamente col termine “noia”. Essa è “in qualche modo il più sublime dei sentimenti umani,… il non potere essere soddisfatto da alcuna cosa terrena, né, per dir così, dalla terra intera; […] e sempre accusare le cose di insufficienza e di nullità, e patire mancamento e voto, e però noia, pare a me il maggior segno di grandezza e nobiltà, che si vegga della natura umana” (Pensieri, LXVIII).

Allora, prima di distinguere l’uomo per categorie, tra credenti e non credenti, tra buoni e cattivi, tra ricchi e poveri, tra tifosi e non tifosi (le categorie, capite, potrebbero essere infinite) mi preme sottolineare ciò che accomuna tutti noi. Di fronte all’ascolto della sinfonia n. 40 di Mozart o alla rappresentazione del Don Giovanni o alla Cappella Sistina o ancora alla vista di un tramonto o di un cielo stellato o al ritorno dal lavoro della donna a cui ci siamo uniti per tutta la vita, noi sobbalziamo, rimaniamo estasiati e stupiti.  


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >