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Cronaca

PAPA & SCALFARI/ Caro Eugenio, la speranza non è un pensiero

Eugenio Scalfari (Infophoto)Eugenio Scalfari (Infophoto)

Per usare le parole di Odincova, personaggio del romanzo di I. Turgenev Padri e figli, “anche quando godiamo […] di una musica, di una buona serata, della conversazione con gente simpatica, […] tutto ciò sembra piuttosto un’allusione a non so che smisurata felicità che esiste in qualche luogo, anziché una felicità reale, cioè, tale che la possediamo noi”.

Siamo fatti tutti per una felicità infinita, il nostro cuore grida l’eterno, i nostri occhi bramano la bellezza. Amore, felicità, bellezza, verità sono solo pensieri che affollano le nostre menti oppure sono delle realtà incontrabili che corrispondono profondamente a quanto noi desideriamo? Come è possibile rispondere?

Attraverso l’esperienza. L’esperienza è il metodo. L’esperienza mi permette di dire che l’amore non è un pensiero, ma che per amore potrei dare la vita. L’amore non è un pensiero, perché l’uomo fa esperienza di essere amato e scopre che ama a sua volta. L’esperienza mi permette di dire che “l’umano arriva dove arriva l’amore” (Calvino, La giornata di uno scrutatore) e che “forte come la morte è l’amore” (Cantico dei cantici). L’esperienza mi permette di vedere in me un microcosmo, specchio del macrocosmo, di cogliere nella parabola della mia vita la storia della salvezza universale, di vedere nella mia breve storia l’accadimento dell’incontro con Cristo, che è uguale oggi come duemila anni fa.

Non un pensiero o un discorso, ma vita presente, che palpita. La dimostrazione è evidente. Non c’è nulla che rialzi l’umano, che gli possa ridare speranza (vera speranza!), che possa ridestare il cuore inaridito se non Qualcuno che lo possa perdonare. L’uomo ha bisogno di Qualcuno che lo perdoni, di qualcuno che lo salvi. Quando facciamo davvero esperienza di noi, allora percepiamo la profondità del nostro abisso, la ferita del nostro male. Di fronte a questo male si eleva il grido: “Salvami!”.

Se è vero che l’uomo è stato fatto a immagine e somiglianza di Dio e che ha il suggello del Creatore nella propria coscienza, è anche vero che Dio non è la mia coscienza. Il discorso di Mancuso rischia di deificare l’uomo, rendere inutile Dio, non riconoscere la natura reale dell’uomo, che è portata al bene, ma anche ferita dal peccato originale. Anche in questo caso, la tradizione cristiana che mi è stata insegnata trova una perfetta corrispondenza nella mia esperienza. Come si può non credere al peccato originale, qualora si guardi davvero alla propria esperienza di uomo? Se noi gridassimo davvero, potremmo fare l’esperienza della Presenza di Colui che ci salva. La speranza non è un pensiero, caro Scalfari, si fidi. “Per sperare bisogna aver ricevuto una grande grazia” (Charles Peguy), aver sperimentato che la resurrezione di Cristo opera per me, già ora, e permette la mia redenzione fin da questo momento.