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BURQA/ Piccola storia del dietrofront inglese sul velo

Il burqa (Foto: Infophoto) Il burqa (Foto: Infophoto)

Bisogna pensare alle giovani della seconda generazione, costrette alla clausura forzata e obbligate ad indossare un indumento che tutto l’occidente si ostina erroneamente a chiamare “velo islamico”. Spesso e volentieri gli estremisti lo utilizzano volutamente come strumento per meri fini propagandistici, bloccando in questo modo il loro processo di integrazione e di partecipazione a qualsiasi forma, anche la più elementare, di vita sociale. Il velo è uno strumento per opprimere la donna, per tenerla con delle redini che la sottomettono agli obblighi conservatori e rigidi che annullano e che fanno a pugni con valori quali la tolleranza, e l'integrazione per l'appunto.
E gli uomini, abituati sin da piccoli a vedere così velate le proprie madri e sorelle, crescono con la convinzione che da grandi saranno loro a doverlo a loro volta imporre alle proprie fidanzate, mogli, e figlie. Donne costrette ad indossare una galera mobile nel silenzio durato anni dell'Occidente, dovuto forse alla paura di compromettere gli accordi economici, o di essere tacciato di razzismo, o più semplicemente per vigliaccheria. Il grosso errore degli occidentali è che interpretano il mondo islamico leggendolo in chiave occidentale. Non si può parlare di Islam senza conoscerne la storia, e la sua interpretazione superficiale è da sempre causa di scontri e lotte in quei paesi per cui è difficile arrivare alla conquista di una libertà culturale che possa trascendere dall’ideologia. Non facciamo in modo che queste lotte coinvolgano anche noi.

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