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NO TAV/ Quelle pericolose analogie con le vecchie (e nuove) Br

Pubblicazione:domenica 22 settembre 2013

Proteste anti Tav (Infophoto) Proteste anti Tav (Infophoto)

Si tratta di una costante storica, che rimanda al modo con cui si è costruito lo Stato unitario, quale ambito in cui grandi masse popolari non sono riuscite a riconoscersi fino in fondo, perché non vi ha trovato né giustizia e né riscatto.

Il peccato originale di un’unità nazionale, costruita da classi dirigenti incapaci di egemonia e capaci quasi solo di coercizione amministrativa, ha segnato fortemente la statualità italiana. Così ogni conflitto sociale o civile tende a divenire fatalmente anti-Stato. Per quanto deliranti o velleitarie possano apparire le dichiarazioni delle Br - ma ricordo solo che nei primi anni 70 anche le Br apparvero deliranti o “sedicenti” ai più - esse impongono, in primo luogo al movimento No-Tav destinatario dell’appello, una rigorosa autointerrogazione: “Perché proprio a noi”? E’ solo provocazione gratuita, come sostiene il Comitato No-Tav, o vi sono oggettivi punti di convergenza di atteggiamenti?

Domande che dovrebbero interessare anche mass media e intellettuali che frequentano la Val di Susa. E’ troppo impietoso ricordare l’elenco di oltre 700 intellettuali e giornalisti, all’epoca la crème del Paese, che il 10 giugno del 1971 firmarono una “ricusazione di coscienza rivolta ai commissari torturatori (Luigi Calabresi!), ai magistrati persecutori, ai giudici indegni” del caso Pinelli? In quel testo firmato la frase-chiave è la seguente: “Ricusiamo di riconoscere in loro qualsiasi rappresentanza della legge, dello Stato, dei cittadini”. Intanto, a dimostrazione che parole e pietre sono fatte della stessa materia, un anno dopo Luigi Calabresi veniva assassinato. 



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