BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

SANTO DEL GIORNO/ Il 24 settembre si festeggia Sant'Antonio Gonzalez

Sant’Antonio González fa parte dei 16 martiri uccisi a Nagasaki in Giappone negli anni 1633-37; facendo seguito al gruppo di 205 martiri che donarono la loro vita negli anni 1617-32

Sant'Antonio GonzalezSant'Antonio Gonzalez

Il 24 settembre ricorre la memoria di Sant Antonio Gonzalez. Martire della fede, Sant’Antonio González venne ucciso, su ordine dell’allora shogun del Giappone Tokagawa Yemits, a Nagasaki fra il 1633 ed il 1637. Nato a Leon, Antonio González manifestò già in giovane età l’intenzione di intraprendere la vita religiosa. Entrò presto a far parte dell’ordine dei Domenicani, intraprese studi di teologia e scelse la strada dell’insegnamento. Dopo aver insegnato per diversi anni teologia si recò nelle Filippine, a Manila dove venne nominato rettore del Collegio di San Tommaso. Nel 1636 venne inviato con dei suoi confratelli in Giappone allo scopo di aiutare i cattolici del luogo, che erano rimasti senza predicatori a causa della persecuzione anti cristiana in atto da tempo. La storia del suo martirio si fonde con quella di altri sedici martiri uccisi nello stesso periodo. Vittime di una persecuzione cristiana scatenata dall’editto n.7, proclamato dal tiranno Tokagawa, Sant’Antonio González e i suoi compagni di sventura subirono le più atroci sofferenze. Nel delirante proclama di Tokagawa tutti gli stranieri predicatori o simpatizzanti della religione cristiana erano considerati come traditori del paese e come tali dovevano essere puniti con l’incarcerazione e la tortura. Su tutto il territorio cominciò la caccia all’uomo, e nel giro di poco tutti i cristiani vennero catturati. Il gruppo di sedici martiri di cui faceva parte Sant’Antonio Gonzalez furono trai primi a essere portati in carcere.

Per i poveretti iniziò subito il lungo calvario fatto di supplizi e torture terribili.?Fra le più crudeli ricordiamo il supplizio dell’acqua, dove ai prigionieri veniva dato da bere in abbondanza e poi battuti sullo stomaco sino a quando l’acqua non veniva espulsa in maniera violenta oppure la tortura con i ferri composti da punteruoli che trafiggevano i polpastrelli delle dita appena sotto le unghie. Ma la più terribile tecnica di supplizio praticata in quei anni di feroce odio anti-cristiano fu senza ombra di dubbio la "ana-tsurushi", conosciuta anche come la tortura della forca e della fossa. I condannati venivano legati a una trave e sospesi a testa in giù, il corpo veniva sommerso da una montagna di rifiuti sino all’altezza della cintola e li l’uomo soffocava agonizzante nelle esalazioni tossiche per giorni interi sino a quando non sopravveniva la morte.