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IL CASO/ Perché è toccato a un bimbo smascherare l'inferno di Nairobi?

Militari del Kenya nell'assedio al mall di Nairobi (Infophoto) Militari del Kenya nell'assedio al mall di Nairobi (Infophoto)

Non sta a noi sapere, e decidere il destino ultimo, di nessuno. Ma la ragione ci impone di non credere ai delinquenti mascherati da liberatori, alle belve che gridano libertà e giustizia mentre spargono morte. Ancor peggio se dichiarano di appartenere a una fede, e di combattere in sui nome. Non c'è fede religiosa che non sia anzitutto fede nell'uomo, che non si inchini davanti ad ogni più umile vita. Non c'è Dio che voglia sacrifici umani, non più. Non si può esitare un attimo, anche quando certe ragioni ci solleticano, quando ci parrebbe di giustificare, almeno in parte, di comprendere. Succede a Nairobi, è successo a New York, a Londra, a Madrid, succede in Israele  quasi ogni giorno.

Sono uomini cattivi,  e basta. Ma ce ne sono anche da noi: quelli che picchiano i poliziotti, o i loro compagni di scuola o di università, che spiegano la violenza "in nome di", non importa cosa. O quelli che maltrattano la moglie, i figli, e sembrano persone tanto per bene. Ha ragione il piccolo Elliott: sono uomini cattivi. Dire la verità salva la vita, a volte. Salva almeno la nostra dignità, e fa un po' di chiarezza nella confusione del mondo, dove ogni desiderio, per turpe che sia, diventa un diritto, e difenderlo un atto nobile e necessario. 

Meglio i cattivi veri, quelli che digrignano i denti, meglio l'orco feroce, gli Huruk kai del buon Tolkien, che non nascondono il male che li divora. Chi sta dalla loro parte capisce subito a che razza appartiene, non ci sono equivoci. Tocca avere la purezza e il coraggio di un bambino per riconoscerli, quando si mascherano il volto, e svelarne l'inganno.

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