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LETTERA RATZINGER/ L'audace sfida di Benedetto alla ragione "atea" di Odifreddi

Piergiorgio Odifreddi (Infophoto) Piergiorgio Odifreddi (Infophoto)

Due osservazioni si impongono all'attenzione qui. La prima è che Benedetto non può accettare che l'"oggetto" proprio del cristianesimo, la rivelazione di Dio in Cristo, venga ridotta ad un mito fantasioso o a un sentimento collettivo. La teologia (ed egli come "teologo" era stato interpellato e contestato) intanto vale, perché aiuta a dire le cose come stanno, non a coltivare delle suggestioni emotive. Per questo la teologia, seguendo la tradizione di una ricerca rigorosa e piena di ragioni, è stata considerata tante volte come una vera e propria "scienza", non perché avesse la possibilità di "dimostrare" analiticamente o di risolvere dialetticamente il suo oggetto – e come lo potrebbe, se esso non deriva da un'azione dell'uomo ma da un'iniziativa trascendente di Dio – ma perché essa è pertinente, adeguata e comprensibile alla ragione umana. Il legame tra la scientificità e la teologia non segue le esigenze di un razionalismo in cui si possa rendere conto di tutto, anche di Dio, ma al contrario si piega a quella specificità della rivelazione che è il venire del Logos nella carne della storia. E se è storico il cristianesimo non può che essere documentale, individuabile nei suoi fattori oggettivi, verificabile in senso sperimentale. 

Ma la questione pur essenziale dello statuto razionale (e, secondo la sue specifica modalità, "scientifico") della teologia si basa su un'istanza più radicale, ed è la seconda osservazione che si impone leggendo questa lettera. La religione atea del naturalismo materialistico, il regno dell'assoluta immanenza dell'uomo come misura a se stesso è anch'esso una fede, ma con il rischio evidente di essere una fede senza ragioni, e dunque un fideismo con sembianza di scientificità. E questo per un problema che in esso resta irrisolto, anzi, in definitiva, censurato. Il problema riguardo alla nostra libertà e alla stessa possibilità del male. Una Natura intesa come l'unico Dio rischia di essere ultimamente «vuota» e «irrazionale», se non aiuta a comprendere e soprattutto ad affrontare «il dramma reale della nostra storia». E soprattutto, una divinità naturalistica che si espande in forma matematica (come Odifreddi ripropone in una debole ripresa della posizione di Spinoza), come può illuminare la realtà più misteriosa e al tempo stesso più concreta della nostra esperienza di uomini, vale a dire la possibilità dell'amore, e soprattutto il nostro bisogno di essere amati per poter essere noi stessi? 

Benedetto rilancia, e Odifreddi, alla fine, accusa il colpo, stupito. Ed è interessante come egli stesso lo motiva: pur restando ateo («perché l'ateismo riguarda la ragione») egli si sente toccato da una «personalità» e dai «simboli del potere» che «agiscono sui sentimenti». Sebbene alla fine questo sentimento inaspettato del «dialogo tra un papa teologo e un matematico ateo» non può fare a meno di mostrare la sua vera posta in gioco, più grande del sentimento: «divisi in quasi tutto», scrive il matematico, «ma accomunati almeno da un obiettivo: la ricerca della Verità, con la maiuscola».

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COMMENTI
25/09/2013 - Benedetto e la sua lettera fantastica (claudia mazzola)

A me Odifreddi fa una tenerezza infinita, perché non crede ma è alla continua ricerca: forse di "smascherare" Dio, ma così facendo finisce solo per smascherare s stesso....