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IL CASO/ Perché il Tar decide che è meglio morire che vivere da malato?

Pubblicazione:sabato 28 settembre 2013

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Il commento dell'avv. Gallo non stupisce, perché è da quando i radicali persero i famosi referendum che con martellante insistenza cerca di smontare la legge 40. Che tanto si rallegri per la disapplicazione della legge che ha avversato in tutti i modi possibili è un fatto del tutto prevedibile, una soddisfazione ex post, per aver visto bocciato quel famoso referendum con una partecipazione popolare di oltre il 75 per cento degli italiani. Ma è abbastanza sorprendente che un magistrato intervenga a prescrivere la mancata applicazione di una legge senza attendere l'intervento della Corte costituzionale, l'unica che in Italia ha il potere effettivo di stabilire la costituzionalità o meno di una legge, e lo faccia appellandosi alla Corte europea dei diritti umani di Strasburgo, che non ha valore precettivo. 
Da 10 anni la legge 40 è sottoposta a costanti e continui attacchi da parte di una magistratura che si rifiuta di prendere atto che l'embrione è un soggetto che merita il massimo rispetto per la sua vita, anche se fosse malato. Sentenze come questa aumentano la confusione nell'interpretazione di una legge che ha solo bisogno di essere applicata nel pieno rispetto della vita e dei diritti di tutti, compreso l'embrione. Sulla diagnosi pre-impianto il giudice non può sostituirsi al legislatore. Anche questa situazione rivela una babele di linguaggi, di ruoli e di responsabilità, su cui è urgente fare chiarezza, per non consentire ulteriori abusi di posizione.

L'argomentazione utilizzata per giustificare la sentenza in sintesi ritiene che attraverso la diagnosi pre-impianto venga tutelato tanto il diritto all'autodeterminazione dei soggetti coinvolti quanto il diritto alla salute fisica e psichica della donna che se dovesse subire l'impianto di embrioni geneticamente malati potrebbe andare incontro ad aborto o a vere e proprie patologie. Ma in tal modo il punto di vista assunto è solo quello esclusivo della madre e non certamente quello del bambino mai-nato.

Il rapporto tra biomedicina & bioetica, tra biogiuridica e biopolitica, sta diventando sempre più complesso e problematico, perché in un contesto tecnologicamente sempre più sofisticato la vita umana viene trattata come un oggetto, un prodotto come tanti altri, negando la sua specifica dignità e  privandola quindi della tutela che si deve a chi si trova in condizioni di estrema fragilità.

La vita umana ha valore in se stessa e il grado di maturità di un popolo si misura dalla qualità con cui sa elaborare fondamenti e applicazioni dell'etica della cura, indicatore e segno della dignità di ogni civiltà. 

Il paradosso di una cultura orientata in senso eugenetico è che mentre procede lo sviluppo della scienza e della tecnica si riduce il diritto a venire al mondo se non si ha una sorta di certificato di garanzia. 


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COMMENTI
28/09/2013 - Sentenze spurie (Lindo Caprino)

Ma in questo caso (ed in altri simili) perché non c'è un ente, uno dei tanti che difendono il diritto alla vita, che propone ricorso o qualche altra azione possibile presso organi superiori, contro queste sentenze che bellamente si fanno un baffo delle leggi vigenti?