BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ A Bari con 28 coltellate muore la nostra ipocrisia

Pubblicazione:giovedì 5 settembre 2013

Infophoto Infophoto

Psichiatra, cinquantatré anni, due figli, casa e lavoro a Bari. La dottoressa Labriola è stata uccisa con incredibile furia ieri mattina, nel suo studio, da un suo paziente, tossico, che voleva dei soldi. Il marito, i colleghi sono sconvolti e con loro tutti i medici e gli operatori che lavorano con i malati di mente. Ho rivisto da poco "Si può fare", uno dei film più nascosti e più belli con Claudio Bisio protagonista, delicato e pensoso. La storia di una comunità di matti, dove l'incauto direttore della cooperativa catapultato lì per punizione, diventa l'amico, il fratello, un imprenditore per un lavoro finalmente degno. Comprende che i malati di mente sono persone, non bestie da rinchiudere o sfiancare di psicofarmaci, ma senza dimenticare che sono malati e, se non curati, le loro storie possono finire in tragedia. Tocca la corde della leggerezza, della commovente ironia; ma ci sono anche le lacrime, la paura a fargli capire che deve far i conti con quel che è, non con quel che è nella sua testa. 

C'erano stati gli anni esaltanti della chiusura dei manicomi, grazie a Basaglia e ai suoi allievi. Non erano cliniche psichiatriche, ma luoghi di segregazione e di orrore, gironi infernali in cui sperimentare la violenza, l'umiliazione, il sopruso. Andavano chiusi, ma non per il nulla. Sono passati 35 anni: chi ha trai suoi cari un malato di mente sa bene che gli ideali non collimano sempre con la realtà. Che la famiglia, da sola, non può sostenere il peso delle cure, dell'accudimento di malati del genere. Che non basta chiudere strutture fatiscenti e disumane per cancellare il problema. 

Ci vorrebbero case famiglia, comunità d'accoglienza, luoghi protetti. Ci vorrebbero soldi, si risponde. Non solo, basterebbe la volontà e uno strappo al buonismo, all'ipocrisia di chi nega la diversità per non doverla guardare e farsene carico. I malati di mente possono essere pericolosi. Conta tantissimo voler loro bene, ma non basta. Non devono poter liberamente muoversi e agire tra tutti, perché non si possono mettere a rischio familiari, medici, assistenti. 

Forse la dottoressa Labriola non nutriva alcun dubbio sul suo assassino, disposta come sempre a parlargli, a calmarlo, a farlo sentire seguito e amato. Forse è stato un raptus inaspettato. Oppure più probabilmente, come tutti i suoi colleghi, tutti i giorni, scommetteva, sperava, indifesa, sulle sole armi della parola. Perché come testimoniano in quella struttura, era da tempo che avvenivano aggressioni e che dovevano vedersela con pazienti violenti. L'avevano detto, avevano chiesto sostegno, quasi con pudore, perché  non sta bene, non si può, si tratta di malattie come altre, non drammatizziamo. 


  PAG. SUCC. >

COMMENTI
05/09/2013 - La ragione e il Cuore (Luigi PATRINI)

Bello l'articolo e belli i commenti: è un aspetto della contrapposizione che il nostro tempo e la nostra cultura fanno tra le ragioni della ragione "scientifica" e le ragioni del Cuore (che non è contro la ragione scientifica, ma che è qualcosa di più, di più grande e comprensivo della semplice ragione scientifica).

 
05/09/2013 - mi sembrava di essere (z314 george)

come Fantozzi che urla "la corazzata Potëmkin è una cagata pazzesca"! Finalmente qualcuno che ha il coraggio di scalfire il problema! I manicomi così com'erano non andavano, la legge Basaglia ha soltanto ammantato d'ipocrisia il problema, ha messo la cenere sotto il tappeto, con buona pace di tutti gli psichiatri/psicologi che pensano sia la legge "più avanzata del mondo"! direi che è come l'articolo 1 della costituzione italiana "...fondata sul lavoro..." SI... CERTO... COME NO! Direi anche che sarebbe il caso di modificare PESANTEMENTE la legge Basaglia, se poi si riesce anche a non essere ipocriti... sarebbe un di più!

 
05/09/2013 - Bello e sensibile questo articolo, grazie Monica (claudia mazzola)

Conosco e frequento per la scuola di comunità la "Casa Martin" per malati mentali. Li incontro lì, fanno fatica proprio nella testa ma sono dolci e affettuosi, certamente bisognosi di cure e amici.