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IL CASO/ Quei medici "senz'arte" schiacciati da budget e protocolli

Pubblicazione:lunedì 9 settembre 2013

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Segno della fatica è il fatto che la società non capisce più cosa è la medicina, sentendola talvolta come un supermarket, talvolta come un mondo onnipotente, nel primo caso sottostimandolo preoccupantemente e nel secondo sovrastimando insensatamente. Ne è prova l’uso quotidiano del termine “malasanità” per indicare l’errore medico invece di indicare l’errata concezione della medicina come fenomeno aziendale deresponsabilizzante.

E ne è prova l’abbandono del tradizionale giuramento di Ippocrate, svuotato oggi dal riferimento al non abortire e non praticare eutanasia (si chiami dunque quello odierno con un altro nome, per carità).

Riportano Gemma Migliaro e Raffaele Latocca, nel sito dell’Associazione Medicina e Persona, in un editoriale sul nuovo codice deontologico: “Perde vigore il cardine del nostro in scienza e coscienza: più entriamo con la norma nel dettaglio più togliamo pezzetti alla coscienza. Alla fine resterà un mansionario che non avrà  bisogno della nostra libertà”.

Una nuova deontologia, quella che aspettano tanti medici per riprendere amore al loro lavoro, è una deontologia che per prima cosa mostra la bellezza del curare, che ne mostra la peculiarità dell’entrare in confidenza, in intimità, in democratico e drammatico possesso delle chiavi della salute, sapendo che la salute e la felicità non sono nostro proprietà ma che dobbiamo fare di tutto per agevolare chiunque verso di esse; e il medico può far questo. La deontologia nuova è per l’appunto un gusto che non viene solo dallo stipendio o dai diritti sindacali; un’arte che deve essere ancora scritta e che tanti si aspettano di veder ben esercitata dai medici: non bastano nuovi protocolli o nuovi diritti.



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