BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

COGNOME MATERNO/ L'ideologia in agguato tra le pieghe della legge

InfophotoInfophoto

Anche certe novità relative al cognome del figlio sembrerebbero insomma doversi inscrivere in quel processo di modernizzazione per cui, come si legge in un recente manuale, «l’immagine della famiglia riflessa nello “specchio del diritto”… non [è] più [quella del]l’istituzione protetta in vista di interessi superiori, ma [quella del]la formazione sociale orientata al fiorire delle personalità individuali» (G. Ferrando, Diritto di famiglia, Bologna, 2013, 4). Tuttavia, come viene ormai rilevato anche dagli interpreti più avveduti (cfr. A. Nicolussi, La famiglia: una concezione neo-istituzionale?, in Europa e diritto privato, 2012, 169-196; e v. ora anche l’ampio e documentato studio di A. Renda, Il matrimonio civile. Una teoria neo-istituzionale, Milano, 2013), una simile trasformazione del diritto di famiglia, indubbiamente favorita dal giusto risalto riconosciuto al valore dell’uguaglianza dei coniugi nelle costituzioni europee successive al secondo conflitto mondiale e nelle Carte dei diritti, non può comunque condurre a «una decostruzione in senso volontaristico-individualista delle unioni familiari». L’idea che la famiglia possa conformarsi secondo una logica contrattuale e di scambio non trova infatti corrispondenza nella sua genuina immagine costituzionale quale aggregazione “naturale” e non artificiale, e cioè quale aggregazione che non si risolve in un mero prodotto della volontà dei suoi componenti, ma che esibisce pur sempre un profilo istituzionale, sottratto alla disponibilità individuale. 

La giusta critica nei confronti di una concezione gerarchica e autoritaria della famiglia non può perciò condurre anche alla dissoluzione dell’istituzione e a una sua “decostruzione” in senso puramente contrattuale: una moderna concezione istituzionale della famiglia non sembra insomma per nulla incompatibile col riconoscimento dell’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi. Orbene, è del tutto evidente che, in un’ottica di questo tipo, sicuramente più equilibrata, in cui l’uguaglianza è correttamente intesa in funzione della tutela della dignità della persona e non come uno strumento di rivendicazioni puramente individualistiche, anche il problema dell’asserita carica discriminatoria di certe regole tradizionali sul cognome del figlio si ridimensiona in maniera significativa e, al di là di qualsiasi forzatura ideologica in un senso o nell’altro, può finalmente essere colto per quella che è la sua reale – e davvero minima – portata operativa.

In effetti, come è stato efficacemente evidenziato anche in un recente e accurato studio storico-critico sull’evoluzione della disciplina svizzera del cognome del coniuge (cfr. U. Zelger, Recht und Realität im schweizerischen Familiennamesrecht., in Realitäten des Zivilrechts. Grenzen des Zivilrechts a cura di P. Kreutz e altri, Stuttgart, 2012, 357-383), la definizione delle regole sul cognome della persona ha sempre rappresentato un luogo privilegiato di confronto – e di scontro – tra visioni alternative della famiglia. E ciò nonostante che certe regole abbiano una rilevanza davvero molto limitata sulla vita concreta degli individui. Anzi, in quello studio si è osservato anche che una conflittualità particolarmente accesa su una simile questione si è potuta innescare proprio grazie al suo scarso rilievo pratico. In fondo, la questione del cognome offre la possibilità di alimentare “a costo zero” un conflitto che, a ben vedere, è soltanto ideologico. 
Sempre in quello studio si è mostrato anche che la regola originaria dello ZGB svizzero del 1907 secondo cui il coniuge sostituisce al proprio cognome il cognome del marito non è mai divenuta pienamente effettiva.