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SANGUE DI WOJTYLA/ Un furto che prova il bisogno di un cuore commosso

Ieri una reliquia del beato Giovanni Paolo II è stata trafugata dal Santuario di S. Pietro della Jenca, in Abruzzo. Negli abitanti prevale la commozione e al preghiera. FABIO CAPOLLA

Giovanni Paolo II (Infophoto) Giovanni Paolo II (Infophoto)

Tristezza e commozione. Questi i sentimenti più diffusi dopo la notizia del trafugamento della reliquia del beato Giovanni Paolo II dal Santuario di S. Pietro della Ienca. Un furto sacrilego in mezzo ai monti del Gran Sasso, terra di lupi, di pecore e di pastori. Oggi terra imbiancata dalla neve che cade copiosa e che rende difficili le indagini di decine di carabinieri giunti sul posto.

Tristezza perché qualcuno, non si sa per quale motivo, si è ridotto a rubare una reliquia che la comunità religiosa ricevette in dono dal cardinale Stanislaw Dziwisz affinché la stessa venisse custodita nel «Suo» Santuario in San Pietro della Ienca. Suo Santuario perché questi luoghi erano i posti che Papa Giovanni Paolo II frequentava quando "fuggiva" di nascosto dal Vaticano per concedersi il silenzio delle montagne, per sciare. Luoghi che erano la sua passione non tanto segreta e che ora sono divenuti meta di pellegrinaggio.

La reliquia è scomparsa da una chiesa di montagna, da luoghi dove la gente si saluta quando si incrocia anche se non si conosce, dove nessuno aveva mai pensato di mettere moderni impianti di allarme.

Un luogo fatto di gente che riconosceva la sacralità di quei posti e la devozione verso l'esempio di un futuro Santo che la nostra generazione ha avuto la fortuna di avere accanto nella vita di tutti i giorni, così come gli aspostoli ebbero Gesù.

La tristezza lascia il passo alla commozione di chi si sofferma a riflettere su questo furto, cercando di trovare un motivo, una giustificazione verso chi ha compiuto il gesto. Non c'è motivo e nemmeno giustificazione. Commozione, com motus, muoversi insieme. Un insieme che in queste ore si ritrova nell'invito alla preghiera, come ha fatto l'arcivescovo dell'Aquila, monsignor Giuseppe Petrocchi. "Invito tutti alla fervente preghiera di riparazione e di invocazione, affinché lo Spirito del Signore - crocifisso e risorto - ci aiuti a rispondere con la forza della carità alla ignobile provocazione, vincendo il male con il bene". 

Ma la tristezza rimane, nella speranza di un epilogo a lieto fine. E la tristezza di tutti la si legge ancora nelle parole di monsignor Petrocchi. "Insieme alla più netta riprovazione per questo furto vile e sacrilego, cresce in me la speranza che la preziosa reliquia venga al più presto ritrovata e restituita alla devozione della nostra gente e di tutti i pellegrini. Resta, infatti, vivissimo, nel cuore degli aquilani, il ricordo di questo straordinario Papa, che ha tanto amato la nostra terra e ammirato le nostre montagne".