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IL CASO/ Vi racconto come mio padre mi ha cresciuto dal suo coma di 25 anni

Pubblicazione:venerdì 3 gennaio 2014

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Franceso Ederle era in coma dal maggio 1989. È morto pochi giorni fa lasciando, per sempre, la moglie Francesca Morassutti e i figli Giovanni, di 26 anni, e Camilla, di 24. Colpito da un ictus, non si è più svegliato e non ha visto crescere i due figli che hanno dovuto, grazie alla forza di mamma, venire su da soli (o quasi), con un padre dormiente. Francesco costruì un agriturismo (San Mattia), nella campagna del Veronese, gestito ora dai due figli. Questa la testimonianza del primogenito, Giovanni Ederle (“Non abbiamo mai pensato all’eutanasia) che ci racconta questi lunghi anni con “un padre che dormiva sempre”.

 

Dopo quasi 25 anni di coma, suo padre si è spento. In tutti questi anni avete mai sperato che ci potessero essere, da un momento all’altro, dei miglioramenti sensibili?

In quello che dico mi baso anche su tutto quello che mi ha raccontato mia madre. I primi anni sono stati sicuramente i più difficili perché era ancora molto viva la speranza che qualcosa potesse cambiare. Abbiamo fatto diverse visite specialistiche con professionisti di tutto il mondo e provato delle tecniche particolari. Sì, all’inizio la speranza era molto viva…

 

Poi?

Con il tempo, la speranza, ha lasciato spazio a quest’enorme fede in Dio, in primis da parte di mia nonna, madre di mio padre; ci ha lasciato l’anno scorso a cent’anni e per gli ultimi ventitre della sua vita ha accudito spiritualmente suo figlio con una fede incrollabile nel Signore. 

 

Cosa vi ha insegnato la sua fede?

Ha insegnato a tutti noi ad accettare quanto è successo, cercando di tirarne fuori il lato positivo. Ed è per questo motivo che io e mia sorella – nonostante ci siamo fatti logicamente qualche volta delle domande sul perché accadono cose del genere e “perché proprio a noi” – abbiamo ricercato sempre tutto il positivo che ci potesse essere anche in una situazione come questa, smettendola di porci, dopo un po’, mille domande.

 

Il dibattito sul fine vita è sempre vivo e la tesi pro-eutanasia è “una vita del genere non vale la pena di essere vissuta”. Perché, invece, secondo lei e i suoi famigliari una vita così ha comunque la sua dignità?

In questo caso bisogna dire subito una cosa: a differenza di molti altri casi, mio padre non era attaccato ad una macchina. Era sì nutrito da un macchinario, ma era autosufficiente dal punto di vista respiratorio. La dignità di una vita è sempre un argomento strano e difficile da dibattere. Per esempio, se lo avessi chiesto a mia nonna, con la sua visione iper cristiana e iper religiosa, non ho alcun dubbio su come mi avrebbe risposto…

 

E lei?


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