BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ Jahi McMath, il tuo cervello è morto ma il mistero della vita è più grande

Pubblicazione:lunedì 6 gennaio 2014

Un giovane in coma (Infophoto) Un giovane in coma (Infophoto)

Jahi McMath ha 13 anni e vive a Oakland, sull’altra sponda della Baia di San Francisco, al di là del Bay Bridge. Vive o viveva a Oakland, all’ospedale dei bambini dopo che una disastrosa tonsillectomia l’ha lasciata esangue, e conseguentemente “brain dead”, priva di attività cerebrale. Tre giorni dopo quel tragico 9 dicembre i medici erano pronti a staccare il respiratore, ma i genitori no. Di lì una battaglia legale che al momento ha portato ad un ordine della Corte: lasciare Jahi per una settimana ancora on “life support”. Per i medici è una follia, una inutile ostinazione, quel che tecnicamente si chiama “accanimento terapeutico”. Per i genitori un filo di speranza, o forse semplicemente un desiderio straziante: “Il cuore batte, nostra figlia è viva”.

Io non so, capisco quel che capisco. Capisco i medici, capisco i genitori. Nessuno però riesce a capire il mistero della vita e della morte. Poche settimane fa ho vissuto da vicino la vicenda di una giovane madre, qui a New York, passata attraverso circostanze simili. Non era la prima volta che mi trovavo di fronte a questo mistero del cuore che continua a battere e del cervello che non c’è più. E la prima volta mi aveva ferito profondamente. C’era un giovane, disteso su un letto d’ospedale, in New Hampshire. Era venuto fin qui per trascorrere un periodo di vacanza con fratello e amici. C’erano i genitori, precipitatisi dall’Italia quando un banale incidente durante un gioco aveva squassato un aneurisma nascosto nel suo giovane cervello, chissà dove e chissà da quando. Chissà perché. Si aspettava insieme che il tempo offrisse segnali di speranza, o indicasse che quella vita era computa.

Si pregava, e si aspettava il momento in cui si sarebbero eseguiti gli ultimi, estremi test per vedere se quel povero cervello fosse ancora in grado di reagire. E il giovane era lì, immobile, sul lettino d’ospedale, con la sua barba corvina, con i suoi lunghi capelli mossi a far da cornice ad un volto che non si sarebbe più mosso. “Guardalo - mi ricordo queste precise parole che il padre del ragazzo ripeteva -. Sembra il Cristo del Mantegna”. Lo guardava, con gli occhi pieni di lacrime, e sussurrava che avrebbe dato la vita per restituirla al figlio. Ma non si può. Padre e madre avrebbero dato la vita per il loro figliolo, ma sapevano che non si può, e in quel dolore misterioso ed innocente vedevano il riflesso del dolore misterioso e innocente di Gesù. Non c’è posizione umana più vera, totale, affettuosa di questa.


  PAG. SUCC. >