BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |

Cronaca

PAPA/ Bergoglio, Chernobyl e la generazione che cambia

Papa Francesco (Infophoto)Papa Francesco (Infophoto)

La seconda questione riguarda l'annuncio di Cristo ad una generazione che cambia, un nuovo segno dei tempi e il Papa ce lo segnala evidenziando la debolezza affettiva di questa generazione. Ma proprio per questa debolezza affettiva ci avverte affinché stiamo "attenti a non somministrare ad essi un vaccino contro la fede".

Quando ho letto questa provocazione di Papa Francesco, una provocazione quanto mai incalzante e attuale, mi è venuto alla mente l'effetto Chernobyl  di cui parlò don Luigi Giussani nel 1986. Vorrei riproporre l'inizio di quell'intervento perché ritengo possa aiutare a capire quello cui oggi ci sta chiamando il Papa, a non far diventare il cristianesimo un vaccino contro la fede, ma a cercare il cuore dell'uomo come Cristo fa in modo instancabile e struggente, perché è di questo che ha bisogno.

"Vorrei iniziare questa nostra conversazione – disse don Giussani − osservando una differenza tra l'attuale generazione di giovani e quella che ho incontrato trent'anni fa: la differenza risiede in una debolezza di coscienza nei giovani di oggi; una debolezza cioè non etica, ma relativa al dinamismo stesso della coscienza. Non per nulla, dopo tanti anni, abbiamo messo a tema l'influsso nefasto e decisivo del potere, della mentalità comune e dominante − dominante in senso letterale. È come se tutti i giovani d'oggi fossero stati investiti da una sorta di Chernobyl, di enorme esplosione nucleare: il loro organismo strutturalmente è come prima, ma dinamicamente non lo è più; vi è stato come un plagio fisiologico, operato dalla mentalità dominante. È come se oggi non ci fosse più alcuna evidenza reale se non la moda − che è un concetto e uno strumento del potere. Così anche l'annuncio cristiano stenta molto di più a diventare vita convinta, a diventar vita e convinzione. Quello che si ascolta e si vede non è assimilato veramente: ciò che ci circonda, la mentalità dominante, la cultura onniinvadente, il potere, realizzano in noi una estraneità rispetto a noi stessi. Si rimane cioè, da una parte, astratti nel rapporto con se stessi e affettivamente scarichi (come pile che invece di durare ore durano minuti); e, dall'altra, per contrasto, ci si rifugia nella comunità come protezione.

La persona ritrova se stessa in un incontro vivo.

Se l'evidenza oggi più convincente sembra essere la moda, dove la persona può ritrovare se stessa, la propria identità originale? Quella che sto per dare è una risposta che non si attaglia solo alla situazione in cui siamo, ma è una regola, una legge universale (da quando e fin quando l'uomo c'è): la persona ritrova se stessa in un incontro vivo, imbattendosi cioè in una presenza che suscita un'attrattiva e la provoca a riconoscere che il suo «cuore» − con le esigenze di cui è costituito −  esiste".