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PAPA/ Bergoglio, Chernobyl e la generazione che cambia

Papa Francesco (Infophoto) Papa Francesco (Infophoto)

"L'io ritrova se stesso nell'incontro con una presenza che porta con sé questa affermazione: «Esiste quello di cui è fatto il tuo cuore! Vedi, in me, per esempio, esiste». Perché, paradossalmente, l'originalità del proprio io emerge quando ci si accorge di avere in sé qualcosa che è in tutti gli uomini (questo è ciò che veramente mette in rapporto con chiunque e non fa sentire estraneo nessuno). L'uomo riscopre la propria identità originale imbattendosi in una presenza che suscita un'attrattiva e provoca un ridestarsi del cuore, un sommovimento pieno di ragionevolezza, in quanto realizza una corrispondenza alle esigenze della vita secondo la totalità delle sue dimensioni − dalla nascita alla morte. La persona si ritrova dunque quando in essa si fa largo una presenza che corrisponde alla natura esigenziale della vita: solo così l'io non è più nella solitudine. Normalmente, dentro la realtà comune, l'uomo, come «io», è nella solitudine, da cui cerca di fuggire con l'immaginazione e i discorsi. Questa presenza che corrisponde alla vita è il contrario di un'immaginazione. L'incontro che permette all'io di riscoprire se stesso non è un incontro «culturale», ma vivente; non è un discorso fatto, ma un «fatto» vivente − che, beninteso, può palesarsi anche sentendo qualcuno che parla; quando costui parla, però, è con qualcosa di vivente che l'io è messo in rapporto, non con un'ideologia o un discorso disarcionato dalla forza della vita. Non si tratta, insisto, di un incontro culturale, ma esistenziale. Tale incontro porta con sé due caratteristiche che ne costituiscono l'inconfondibile verifica: introduce nella vita una drammaticità, che consiste nel percepire una provocazione al cambiamento di sé e nel tentare un inizio di risposta, e nello stesso tempo introduce almeno una goccia di letizia, anche nella condizione più amara o nella constatazione della propria meschinità. Insomma, per usare un'altra espressione, ciò che deve accadere perché l'io riscopra se stesso è un incontro evangelico, capace di ricostituire la vitalità dell'umano: come l'incontro di Cristo con Zaccheo".

Una generazione che cambia, sbriciolata da una esplosione vasta e che sembra impossibile da fermare, con effetti collaterali quanto mai disastrosi, e quello che nel 1986 diceva don Luigi Giussani oggi lo si può cogliere ancor più drammaticamente vero, dentro questo cambiamento che lacera l'umano, dentro queste ferite sanguinanti, si fa largo con una forza ancor più decisiva la natura del fatto cristiano, il suo essere un incontro e un incontro che ridesta l'io, che lo fa rifiorire. Educare non è far diventare gli altri come si vorrebbe, non è plasmarli in forza di un'immagine che noi abbiamo e che riteniamo la migliore che vi sia, educare è puntare sul loro cuore, è rischiare sulla loro libertà.