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DIVORZIO BREVE/ Perché quando scappiamo dal dolore tutto è più facile?

Pubblicazione:venerdì 17 ottobre 2014

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Sembra che quando dobbiamo scappare dal dolore (divorzio, aborto) diventiamo tutti veloci. Ma con tre ore non vivi quello che ti succede. Tre ore non sono tempo, ma assenza di tempo. Anche per dirsi “è finita”, ci vuole amore, vita, tempo. Soprattutto per il dolore, per guardarlo e capirlo, per prendergli le misure, ci vuole tempo. Cos'è questa fretta nel pulir via il dolore, la sofferenza? Che poi, con la fretta, non pulisci niente ma metti solo lo sporco sotto il tappeto. Siete mai stati al pronto soccorso con una persona cara? La lunga attesa, no, quella è crudele: però la giusta attesa, sì, ha un suo senso. Vivere il dolore, darsi il tempo di attendere, non è una cattiveria, è necessario per assestare la propria vita sulla lunghezza d’onda di ciò che ti accade. Il dolore è un sintomo. Dice che qualcosa non va: si è rotto, slogato, interrotto, metaforicamente e non. Stare seduti al pronto soccorso vicino alla barella di chi amiamo, o fuori la porta ad attendere notizie, ti fa vedere quello che non avresti visto, ascoltare quello che non avresti ascoltato, capire quello che non avresti capito.

Che il dolore è un sintomo, e non puoi buttare giù una medicina per non sentirlo più, ma devi darti il tempo di capire, di sentire, di valutare e ascoltare qualcuno che ne sa più di te o qualcuno che è vicino a te. Il tempo della medicina, il tempo della cura e della guarigione, arriva solo dopo. Dopo. Il dolore è un grande momento di verità. Il dolore illumina molto, ti vedi meglio tu e vedi meglio gli altri, forse per la prima volta.

In tre ore rischi di dire fine ad una cosa che stava avendo un nuovo inizio o per lo meno la possibile occasione di un nuovo inizio. Fantasie romantiche? Celebrazione del dolore purificante? No, solo tanta vita. Nelle orecchie, nel cuore, in lunghi pomeriggi. Pomeriggi lunghi non di tre ore. Quei pomeriggi che si fa notte. Ad ascoltare chi non ha saputo aspettare e ha buttato via con il dolore la vita che ci stava attaccata. 



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COMMENTI
17/10/2014 - il senso di vivere il dolore (Paola Baratta)

C'è un senso nel vivere, anche il dolore? C'è uno scrittore di cui non ricordo il nome ma che sosteneva in un suo saggio a un dipresso così: che esiste un male evitabile e uno inevitabile. il dolore evitabile bisogna far di tutto per evitarlo. levare la sofferenza se sei malato; togliere la febbre e i dolori articolari se hai l'influenza. Non far del male e prevenire ogni violenza dell'uomo sull'uomo. Sui propri simili. C'è poi un dolore esistenziale. Inevitabile. La morte. La malattia. I vari accidenti che ci accadono nella vita e non hanno un perchè. Bisogna vivere per capire entrambi questi dolori: per avere compassione se li incontriamo. Per curarli se possiamo. Per evitarli. E dobbiamo vivere anche forse l'inevitabilità del dolore. Non con rassegnazione, ma come momento di pienezza. Non come "purificazione": ma con l'autenticità di chi grida. "dio mio, dio mio, perchè mi hai abbandonato"? ma lo grida alla fine. in punto di morte...dopo tanto pensare. dopo tanto pregare. E dà dignità a tutto e salva tutto e tutti. Con quel grido che non vuol spiegare niente. ma dice solo di qualcuno che non ti lascia mai. Anche nell'ombra...Non ti lascia mai.

 
17/10/2014 - Commento (stefania perna)

Giuste riflessioni: certamente il fattore velocità (solo 3 ore), non facilita i processi di ripensamento e approfondimento, che spesso necessitano solo del fattore tempo. Infatti quante volte una decisione "irremmovibile", può, per un semplice fattore di ritardo temporale, prendere una strada imprevista? Siamo esseri umani e tanti elementi ci condizionano o semplicemente concorrono alle nostre scelte. Anche se non vogliamo ammetterlo. Però trovo curiosa la precisazione quasi difensiva a fine articolo: "Il dolore è un grande momento di verità… Celebrazione del dolore purificante? No, solo tanta vita". Si nota quasi una paura a parlare del dolore, che sarebbe quasi solo una negazione di vita. Invece io credo che il dolore, sia, entro certi limiti, un costituente della vita. Insomma il problema non è solo nella velocità con cui si tende a superare il dolore, ma nel fatto che proprio ci si vuol illudere di escluderlo dalla vita. Si vuol credere che tolto questo e tolto quello, in 3 ore o anche meno, non ci sarà più nessun dolore. Quelli che divorzieranno in 3 ore, ad esempio, si saranno liberati dal dolore di un matrimonio difficile, ma non per questo saranno esenti da altre difficoltà e dolori. Insomma bisognerebbe aiutare le persone ad attrezzarsi almeno mentalmente a capire la difficoltà della vita,che è preziosa e tragica insieme : non si può arrivare sino alla morte, che a questo punto è solo un assurdo...rincorrendo l'idea di eliminare ogni dolore.

 
17/10/2014 - commento (francesco taddei)

non sarà l'abolizione del divorzio a far tenere una famiglia. è la mancanza di educazione cristiana che le fa sfasciare. ma i preti sembrano non capirlo.