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Cronaca

IL CASO/ Binetti: ministro Lorenzin, l'eterologa non basta per essere madri

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Se è vero infatti che la decisione di avere un figlio può dipendere da scelte di princìpi e di valori personali, sia nel caso di volerne che nell'ipotesi diametralmente opposta, è altrettanto riscontrabile che nella maggioranza dei casi esse sono conseguenza di un complesso processo di valutazione di pro e di contro sia dal punto di vista economico che psicologico. Dal punto di vista della donna non si possono ignorare le implicazioni di tale scelta a livello personale e professionale. Sono valutazioni che risentono fortemente sia del regime di welfare che delle forme di sostegno sociale per le coppie, per le famiglie e per l'infanzia. 

Lo Stato, con particolare riferimento all'attività del legislatore, possiede non solo le potenzialità, ma detiene una significativa responsabilità sociale nella determinazione di un incremento rapido e significativo nelle politiche a sostegno della natalità attraverso: 1) incentivi finanziari, che comprendono allocazioni periodiche, per esempio assegni familiari, premi e prestiti, sgravi e crediti d'imposta, tariffe sovvenzionate o gratuite per i servizi per l'infanzia, aiuti per l'abitazione. 2) Misure di conciliazione tra lavoro e famiglia, congedi di paternità e di maternità, nidi, asili e scuole materne, flessibilità degli orari di lavoro, facilitazione di congedi per ragioni familiari non solo nella prima infanzia. 3) Mutamenti sociali favorevoli alla nascita e all'infanzia, tra cui misure per il lavoro delle donne e dei giovani, ambiente favorevole per i bambini e, soprattutto, lo sviluppo di atteggiamenti positivi nei confronti dell'infanzia e delle funzioni di educazione.

Nella sua intervista il ministro Lorenzin, come ministro della Salute, ha messo l’accento soprattutto sulla fertilità e su quelle che potremmo chiamare le cause biologiche che rendono più difficile la maternità, e al tavolo di lavoro son stati chiamati soprattutto esperti dell’area medica, per cui si sofferma su cause come le malattie sessualmente trasmesse, l’inquinamento, il tabagismo… Ma non le sfugge come forse il lavoro più importante vada fatto per rimuovere il disvalore che si porta dietro la maternità in certi ambienti professionali.

Il ministro però non accenna a uno dei fattori che con maggiore frequenza hanno inciso nella nostra cultura per ridurre sia il tasso di fertilità che quello di fecondità. Il forte investimento delle donne negli ultimi decenni verso i processi di autorealizzazione, con una spiccata crescita delle pur legittime aspirazioni al successo e alla affermazione personale. A tutto ciò si aggiunge un bisogno di sicurezza economica che ha indotto a posporre sempre più avanti la realizzazione, mai sopita, di un profondo desiderio di maternità. Un desiderio che si risveglia prepotentemente più avanti negli anni, quando l’orologio biologico non è più in grado di farvi fronte. Ed è allora che questo desiderio assume la forza di un diritto individuale, il diritto ad avere un figlio, e diventa necessario ricorrere alla Pma, omologa prima e ora anche eterologa. 

Dice bene la Lorenzin: la Pma non può risolvere il problema della crescita demografica del paese. Ma mentre propone di mettere la Pma tra i livelli essenziali di assistenza, assicurando ad entrambe le forme, omologa ed eterologa, un canale di finanziamento veloce, non dice nulla su tutte le altre misure fondamentali per incoraggiare le donne ad avere figli.