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Cronaca

SINODO FAMIGLIA/ La paternità di Francesco, la ricchezza della Chiesa

Sabato si è chiuso il Sinodo dei vescovi sulla famiglia. Tutti i media hanno posto l'accento sulla frattura, ma hanno "dimenticato" il discorso di papa Francesco. CRISTIANA CARICATO

Joseph Ratzinger e papa Francesco in occasione della beatificazione di Paolo VI (Infophoto)Joseph Ratzinger e papa Francesco in occasione della beatificazione di Paolo VI (Infophoto)

L'anno che verrà. Si potrebbe prendere a prestito il titolo della canzone di Dalla per iniziare a parlare del Sinodo straordinario dei Vescovi che si è solennemente chiuso ieri con l'aggiunta sontuosa della beatificazione di  Montini (il pontefice che i sinodi li ha quasi inventati o per lo meno fatti respirare). 

Perché da oggi inizia la seconda tappa del cammino di "discernimento" intorno alla famiglia voluto da Bergoglio e intrapreso con coraggio e determinazione (e quanta) dalla Chiesa. Se le ultime due settimane sono da considerarsi un prologo o il climax della vicenda, lo scopriremo proprio nei prossimi mesi. Certo vescovi, curia e l'immancabile codazzo di vaticanisti e osservatori, escono frullati dall'aula nuova in Vaticano, dove a tratti è sembrato che andasse in scena uno psicodramma ecclesiale. Con interventi veementi, polarizzazioni intorno a temi scottanti, disputatio accese, levate di scudi, appelli alla trasparenza, relatio sconfessate, pazienti mediazioni e pacificazione finale. 

Tutto già visto, esattamente 50 anni fa, nel bel mezzo del Concilio preso in mano proprio da quel beato fatto ieri. L'8 dicembre del 1965, a conclusione del Vaticano II, dopo aver promulgato la costituzione Gaudium et Spes, Paolo VI diceva: "Per la Chiesa cattolica nessuno è estraneo, nessuno è escluso, nessuno è lontano". Più o meno ciò che i padri sinodali hanno voluto ribadire nei due documenti, di natura diversa, approvati e resi noti al termine dei lavori, e consegnati al mondo. 

Prima l'innocuo e "quasi scontato" (definizione dell'estensore card. Gianfranco Ravasi) messaggio presentato nella mattinata di sabato, poi la Relatio Synodi, approdo sofferto di giorni intensi, e in qualche modo inaspettati, per il corpo sinodale. La libertà è faticosa. E quella consegnata in apertura dell'assemblea straordinaria sulla famiglia, da Bergoglio, ai convocati a Roma a tratti è sembrata insopportabile. Con il Papa in silenzioso ascolto, per due settimane, vescovi e cardinali hanno dovuto fare i conti con le grandi attese suscitate dall'evento, la responsabilità di affrontare un confronto su un tema che tocca tutti (perché tutti abbiamo una famiglia) e il bisogno di coniugare tradizione e pastorale, dottrina e misericordia. 

Sono riusciti nell'impresa, con un testo profondamente rimaneggiato rispetto alla discussa Relatio post disceptationem, letta dal cardinale ungherese Peter Erdo e scritta dal teologo Bruno Forte, che tanto aveva disturbato a metà del Sinodo. Un documento frutto della sapiente sintesi dello sproporzionato numero di emendamenti, correzioni, obiezioni emerse nei Circuli minores. Dei 62 punti messi ai voti, solo 59 hanno ottenuto la maggioranza qualificata, vale a dire i due terzi dei voti. Per tre pronunciamenti ci si è dovuti accontentare di quella relativa, non proprio brillante. E la pubblicazione dell'esatto resoconto dei placet-non placet (voluta da Papa Francesco in persona) ha dimostrato che maggioranze e minoranze esistono anche nella chiesa, che si fronteggiano, a volte si sfiorano, ma che in fondo contano poco visto che l'ultima parola spetta a Pietro. O Francesco come nel nostro caso.