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SANTO DEL GIORNO/ 22 ottobre, san Giovanni Paolo II: il realismo del mistero

Pubblicazione:mercoledì 22 ottobre 2014

Karol Wojtyla (1920-2005), papa Giovanni Paolo II (Infophoto) Karol Wojtyla (1920-2005), papa Giovanni Paolo II (Infophoto)

Quando il primo maggio del 2011, alle 10.37, Papa Benedetto pronunciò la formula di beatificazione del Servo di Dio Giovanni Paolo II, il telo che copriva l'arazzo che lo raffigurava cominciò a scorrere e pian piano si scoprì l'immagine, allora accadde qualcosa di particolare e di inaspettato. Ciascuno degli innumerevoli pellegrini convenuti a San Pietro dai cinque continenti portava nella sua memoria un ricordo personale di quell'uomo: un fatto, una circostanza, una parola, una stretta di mano, uno sguardo, una benedizione, una battuta. Egli era entrato in maniera personale nella vita delle persone. Ognuno aveva la sua storia con Giovanni Paolo II, ognuno aveva il suo racconto da portare ed erano tutti meravigliosamente diversi. Ma lo svelarsi di quell'immagine nota, riportata sull'arazzo e dipinta nei cuori, costrinse tutti ad alzare lo sguardo e non solo quello degli occhi. Papa Benedetto aveva collocato quell'uomo, così come ciascuno lo conosceva a modo suo, in un punto sopraelevato: in Cielo.

L'impressione fu tremenda. Era come se adesso, a partire da quel momento, tutto si ridinamizzasse, tutto si rimettesse in movimento. Chi credeva di conoscerlo, di averlo conosciuto, magari di averlo ascoltato e di averlo seguito, o di averci almeno provato, d'un tratto, alzando lo sguardo, s'era accorto che tutto quel che conosceva o riteneva di conoscere di lui, altro non era che una premessa, sì solo una premessa. Una premessa a che cosa? Una premessa al cammino verso il punto nel quale adesso egli si trovava: il Cielo. 

Chi supponeva e immaginava di poterlo avere compagno nella memoria, nel ricordo di quel che era stato, nelle immagini, nelle parole, nei gesti, nei fatti, in un istante è stato sbalzato oltre tutto ciò. Non che tutti quei trascorsi risultassero insignificanti, ma il loro significato adesso era chiaro: essi altro non erano che un preludio, un preludio al Cielo, alla santità. 

Il mistero di quell'uomo, la cui ampiezza non si poteva abbracciare da nessun lato, adesso era più evidente e, nello stesso tempo, più sconcertante. Per continuare a stare con lui, per continuare, e dar seguito effettivo ed esperienziale a quel che ci era stato regalato a piene mani dalla sua persona, adesso bisognava alzare lo sguardo, perché tutto adesso indicava "lassù", tutta l'esperienza precedente era un segnavia verso quel punto, in alto, verso la santità, verso la comunione e l'amicizia compiuta ed eterna con Dio. «Chiamati a guardare in alto» ( Os 11, 7). In alto adesso c'era qualcun altro da guardare, uno che avevamo conosciuto. «Levate in alto i vostri occhi e guardate» dice il Signore (Is 40, 26). E poi, per bocca del Profeta constata: «Chiamati a guardare in alto, nessuno sa sollevare lo sguardo». 


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COMMENTI
22/10/2014 - Preludio (luisella martin)

Alcuni preludi - penso a quelli di Chopin - sono componimenti definiti; non sono necessariamente una premessa! Così tutto ciò che abbiamo condiviso con Giovanni Paolo II, non fu solo una premessa, ma un vero e proprio preludio. Ci ha mostrato che il Paradiso cominciava già qui e da ora; bastava che aprissimo le porte a Cristo! Parlarne è bello!