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IL CASO/ Matteo, ergastolano: Santo Padre, così mi sono lasciato abbracciare dal Perdono

"Anch'io ho inflitto la pena di morte. Ho commesso reati gravissimi. Sono in carcere da vent'anni esatti". La lettera di MATTEO, ergastolano, dopo il discorso di Francesco ai penalisti

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Santità,
nel Suo discorso alla Delegazione dell'Associazione internazionale di Diritto penale, con la Sua consueta sensibilità e profondità Lei ha affrontato alcuni argomenti che mi stanno molto a cuore: la pena di morte e l'ergastolo.

L'ergastolo, Lei dice, è una pena di morte nascosta. Ed io, che sono stato condannato proprio all'ergastolo, posso testimoniare quanto vera sia questa affermazione.

Sono in carcere da vent'anni esatti. Ho commesso reati gravissimi: ho ucciso, ho tolto la Vita a un essere umano come me, in qualche modo mi sono "arrogato" il diritto di infliggere la pena di morte.

Ho vissuto i miei primi 10/12 anni di carcere con la morte nel cuore. Vivere o morire era la stessa cosa, e se non ho scelto la seconda delle opzioni è stato soltanto per vigliaccheria e per non causare altro dolore alle persone che mi hanno sempre sostenuto nonostante tutto, alle persone che mi sono rimaste vicino, che non mi hanno abbandonato.

Oggi ringrazio Dio di avermi dato la forza di sopravvivere negli anni in cui il peso era schiacciante.

Oggi ringrazio Dio, e chi ha creduto in me, per avermi dato una seconda possibilità.

Dopo moltissimi anni ininterrotti di carcere ho dapprima iniziato ad usufruire dei permessi premio, e poi del regime dell'art. 21. Significa che esco dal carcere la mattina, vado al lavoro e la sera rientro in cella.

Sono un "miracolato", nel senso più ampio del termine.

Tanti miei compagni, anche loro condannati alla mia stessa pena, non hanno questa possibilità.

Perché i reati che hanno commesso, o il comportamento processuale, preclude loro qualsiasi tipo di beneficio (chi è condannato al cosiddetto ergastolo "ostativo", se non verranno modificate le leggi attualmente in vigore, terminerà la sua esistenza in carcere. E a nessun essere umano, neppure al peggiore che esista, dovrebbe essere negata una speranza).

Perché non hanno avuto la mia stessa "fortuna", né tantomeno le possibilità che sono state date a me. Quando sono stato trasferito nel carcere che tuttora mi ospita, ho percorso il corridoio di entrata pensando che, molto probabilmente, non l'avrei mai più ripercorso a ritroso.

E negli anni più bui ho sempre pensato che, se un giorno quel corridoio lo avessi ri-percorso in uscita, l'avrei fatto con un forte senso di vergogna e con la convinzione di un beneficio immeritato per una persona che, come me, ha commesso reati gravissimi.

Non immaginavo nemmeno lontanamente che mi sarebbero stati concessi i primi permessi, il trampolino di lancio per ulteriori e maggiori spazi di libertà, pur con tutti i limiti che la misura alternativa della quale fruisco comporta.

In carcere ho partecipato a numerose attività, fino a quando mi è stato consentito di lavorare.

Ma non bastava, nulla sembrava bastare a farmi "riprendere" in mano la mia vita.

A farmi tornare, in qualche modo, a vivere.