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LETTERA/ I sindaci vogliono le nozze gay, ma la legge sta con Biancaneve

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Dunque, a dispetto degli imperativi categorici di Zanella, i Comuni non sono in alcun modo tenuti a registrare i matrimoni omosessuali. Il sindaco Pd di Trento, persona che appare tutt’altro che ostile ad un ampiamento dei diritti civili per coppie di fatto etero o omosessuali, prende pubblicamente atto che tale registrazione produrrebbe effetti nulli a legislazione vigente. Ed è assolutamente ragionevole che la pubblica amministrazione, già sufficientemente appesantita dalla miriade di adempimenti richiesti a cittadini, famiglie e imprese, non sprechi tempo e risorse per compiere atti giuridicamente nulli. 

Il sindaco Pd di Rovereto, patria di Antonio Rosmini, dichiara invece candidamente che “da tempo sto studiando insieme ai legali del Comune e ai suoi collaboratori un modo per validare alcune nozze, iscrivendole nel registro anagrafe”. Legali e collaboratori, pagati con soldi pubblici, si ostinano a trovare una strada per giustificare un atto pubblico che ha effetti nulli. L’ennesimo insulto al buon senso, e soprattutto a chi stenta a sbarcare il lunario, di politici che pensano a cavalcare strumentalmente l’ideologia del politically correct, la quale si nutre di questioni di principio che sempre più spesso si declinano traducendo meccanicamente il desiderio di una parte – quella che ha più strumenti per farsi sentire – in norma. 

La tesi dei gruppi omosessuali è che il sindaco sarebbe tenuto a trascrivere all’anagrafe i matrimoni gay contratti all’estero, lasciando che sia un eventuale successivo pronunciamento giurisdizionale ad annullare tale trascrizione. Già, ma se tale trascrizione ha effetti giuridicamente nulli, di che cosa stiamo parlando? Stiamo parlando di una battaglia mediatica e simbolica, nella quale gli omosessuali giocano a fare le vittime, urlando sempre più forte per coprire le grida silenziose che i nostri cuori riconoscono, che sono quelle dei bambini a cui si vuol far credere che papà e mamma, o due mamme, o due papà sono la stessa cosa.

Con colpevole leggerezza, alcuni primi cittadini – magari gli stessi che in altre circostanze hanno magnificato la Costituzione repubblicana – si pongono al di fuori della Costituzione medesima, sottovalutando colpevolmente quanto sia pernicioso creare precedenti che indeboliscono le stesse istituzioni che sono chiamati a guidare.

Nel nome di una deriva per la quale qualunque forma di unione affettiva deve godere di pari dignità anche nell’educazione, il delirio del politically correct arriva a pretendere di riscrivere i libri di fiabe per bambini, perché i racconti che Biancaneve e la Bella Addormentata nel Bosco vennero svegliate da prìncipi rischia di lasciare tracce potenzialmente omofobe. E purtroppo nelle scuole e nella formazione degli insegnanti sono sempre più riconoscibili tracce dell’ideologia del gender, che costituisce uno dei volti più subdoli del pensiero debole e dell’impronta nichilista che dominano la cultura contemporanea. 

Oggi viviamo un sovvertimento dei principi sui quali le nostre comunità hanno fondato il proprio sviluppo civile e culturale. Diventare padre e madre è diventato - secondo l’ultima sentenza della Corte costituzionale sulla legge 40, che ha dichiarato ammissibile la fecondazione eterologa – un diritto incoercibile. Io credo ancora che un figlio sia un dono, non un diritto. E che, in merito ai temi della fecondazione medicalmente assistita, dei matrimoni e delle adozioni da parte degli omosessuali, sia fondamentale che le parti deboli – figli già nati o comunque concepiti - trovino chi si prenda a cuore i loro diritti, chi scelga di dare voce a chi voce non ha.



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