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LETTERA/ I sindaci vogliono le nozze gay, ma la legge sta con Biancaneve

Pubblicazione:domenica 26 ottobre 2014

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Caro direttore,
se mai qualcuno poteva avere dubbi, eccoci arrivati, con modalità tipicamente italiche, ad un nuovo tormentone: la registrazione da parte dei Comuni dei matrimoni omosessuali celebrati all’estero. 

Qual è il significato di quanto sta accadendo? L’azione, evidentemente concertata, tra le diverse realtà organizzate del mondo gay e il sindaco di Roma Ignazio Marino e quello di Milano Giuliano Pisapia, porta allo scoperto una deriva sul piano dell’etica pubblica che coinvolge ormai, in modo preoccupante, sia cittadini portatori di interessi legittimi, ma il cui riconoscimento non è ad oggi previsto dall’ordinamento giuridico italiano, sia amministratori pubblici che agiscono in modo difforme rispetto a norme vigenti per assicurarsi visibilità e consensi da parte di lobby organizzate. Un sindaco non può pensare di compiere atti che introducono nel nostro ordinamento istituti – quali le nozze gay – che ad oggi tale ordinamento non prevede. Così come è fuorviante appellarsi ad una presunta cogenza legislativa a livello europeo, posto che il tema rimane di competenza degli Stati nazionali e che la Costituzione repubblicana rimane il vertice del nostro ordinamento giuridico. 

In Trentino la minoranza politica è riuscita, con un’azione coordinata di carattere ostruzionistico nel metodo, ma fortemente argomentata nel merito, a bloccare l’approvazione di un subdolo disegno di legge, che in nome del contrasto all’omofobia vorrebbe in realtà diffondere l’ideologia gender nelle scuole, sui luoghi di lavoro, nelle istituzioni. Il presidente locale di Arcigay Paolo Zanella afferma ora che “ai sindaci non si chiedono gesti eclatanti o azioni di disobbedienza civile, si chiede semplicemente di prendere atto della realtà”. Sono perfettamente d’accordo con questa sua dichiarazione. Peccato che della realtà egli non fornisca una rappresentazione oggettiva, ma preferisca farne – credo volutamente – una caricatura.

La realtà, nuda e cruda, è che i Comuni italiani non sono tenuti a registrare matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti in altri Paesi che prevedono l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso. E ciò perché, molto semplicemente, il matrimonio tra persone dello stesso sesso non è previsto nell’ordinamento giuridico italiano. 

“Questi matrimoni devono essere registrati”, sostiene apoditticamente Zanella. Ed è proprio tale pretesa a svelare il deficit di senso civico di chi, conducendo culturalmente una battaglia finalizzata ad affermare la dittatura dei desideri individuali, neppure si cura di svolgere un esame obiettivo sulla normativa vigente, perché suppone che il desiderio, legittimo per carità, contenga in se stesso una cogenza tale da modellare di per sé – e qui sta l’errore di fondo – la normativa. Se il primo sostenitore del disegno di legge sopra ricordato è interprete di una concezione della democrazia che si nutre di pretese prive di fondamento giuridico, forse è meglio prevenire l’ingresso di questa cultura nelle nostre scuole, sui luoghi di lavoro, negli ambiti in cui si svolge la vita comunitaria.


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