BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ Reyhaneh Jabbari e Brittany Maynard, il sì alla vita è un'amicizia

Pubblicazione:lunedì 27 ottobre 2014 - Ultimo aggiornamento:giovedì 30 ottobre 2014, 9.09

Reyhaneh Jabbari si difende in tribunale. Invano: è stata impiccata (Immagine d'archivio) Reyhaneh Jabbari si difende in tribunale. Invano: è stata impiccata (Immagine d'archivio)

E' un modo di riportare una notizia evidentemente tendenzioso che nega ogni possibilità. Ecco dove sta la morte, in questo modo di riportare fatti e realtà. A senso unico tanto da togliere voglia di vivere a chiunque.

Nei giorni scorsi un seminarista americano ha scritto una lettera aperta a Brittany che in pochi hanno letto. Anche lui è malato di tumore al cervello, però lo è da sei anni. Anche a lui avevano dato pochi mesi di vita, ma è ancora vivo. Bizzarro? Può darsi.

Nella sua lunga lettera Philip Johnson chiede a Brittany di non uccidersi per non negare a quelli come lui la speranza. Ogni gesto, aggiungiamo noi, anche negli angoli più remoti del mondo, ha delle conseguenze che si ripercuotono poi su tutti. Poi le dice che lui, in questi anni di malattia in cui ha spesso pianto, avuto forti dubbi — sì, lui, un seminarista — per il dolore e la paura di morire ha avuto qualcosa per cui è stato comunque contento di vivere nelle sue condizioni. Gli amici, la famiglia, Dio, la sua Chiesa. Non è mai stato solo, dice. "Cara Brittany, se sceglierai di combattere questa malattia la tua vita e la tua testimonianza sarebbero un esempio incredibile per innumerevoli altri nella tua situazione, saresti certamente di ispirazione per me che continuo la mia lotta contro il cancro" scrive Philip. E aggiunge: "Ho camminato nei panni di Brittany ma non ho mai dovuto camminare da solo. Tale è la bellezza della Chiesa, delle nostre famiglie e il sostegno che ci diamo l'uno con l'altro tramite la preghiera. Noi non siamo soli neanche nel dolore".

Alla fine forse è tutto qua: non essere soli. Anche Brittany non è sola, ha una famiglia e degli amici, ma la scelta è diversa. 

Non farlo, Brittany, se non altro in rispetto di Reyhaneh Jabbari. Lei voleva vivere, ma non glie lo hanno permesso. Lei amava la bellezza. Lei che aveva scritto ai suoi parenti, dal braccio della morte: "Il primo giorno in cui alla stazione di polizia una vecchia agente zitella mi ha schiaffeggiato per le mie unghie, ho capito che la bellezza non viene ricercata in quest’epoca. La bellezza dell’aspetto, la bellezza dei pensieri e dei desideri, una bella scrittura, la bellezza degli occhi e della visione e persino la bellezza di una voce dolce".



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  

COMMENTI
28/10/2014 - Sì, ma ... Philip non ha maledetto Dio (Vittoria Patti)

Condivido di cuore tutta la sostanza di quest'articolo. Fra l'altro, sono felice che abbia dato l'occasione a molti di conoscere Philip G. Johnson, la cui vicenda seguo (e per lui prego) già da alcuni anni. Mi permetto solo due osservazioni: 1) Vites scrive: «in questi anni in cui ha spesso pianto, maledetto Dio - sì, lui, un seminarista - per il dolore e la paura di morire...» Ebbene, non mi scandalizzerei affatto se questo fosse accaduto, ma per rispetto di Philip e della verità, mi sembra giusto precisare che nella lettera di Philip (né in altri suoi scritti, per quanto ne so) non è mai scritto che lui abbia "maledetto Dio". Il link alla lettera di Philip - che è molto bella davvero - è qui: http://www.dioceseofraleigh.org/content/raleigh-seminarian-terminal-brain-cancer-responds-brittany-maynard 2) E' importante ricordare che in casi di estrema gravità e sofferenza come questi, non ci si può aspettare che la persona malata e disperata trovi da sola la forza di riaffermare il valore immenso della propria vita. Vites scrive «Alla fine forse è tutto qua: non essere soli». Sì, ma ... correggerei forse così: tutto sta nel non lasciare soli quelli che soffrono. Tocca agli altri: tocca a noi. Chi sta così tanto male non ce la fa, a chiedere questa compagnia, per mille ragioni.

 
27/10/2014 - Togliersi la vita (Antonella Berni)

Non me la sento dì giudicare Brittany e non so cosa farei al suo posto ma ho visto la sofferenza inumana dei malati terminali, privati della loro dignità dalla malattia. Chissà cosa direbbe papa Francesco, che tante cose ha compreso sul cambiamento dei tempi e sulle necessità di noi peccatori.