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IL CASO/ Reyhaneh Jabbari e Brittany Maynard, il sì alla vita è un'amicizia

Pubblicazione:lunedì 27 ottobre 2014 - Ultimo aggiornamento:giovedì 30 ottobre 2014, 9.09

Reyhaneh Jabbari si difende in tribunale. Invano: è stata impiccata (Immagine d'archivio) Reyhaneh Jabbari si difende in tribunale. Invano: è stata impiccata (Immagine d'archivio)

Reyhaneh Jabbari era una bella ragazza iraniana di 27 anni, il fisico un po' appesantito e provato dai lunghi anni passati nel braccio della morte. Brittany Maynard è una bella ragazza americana di 29 anni, anche lei il fisico un po' appesantito dalle cure per il tumore che l'ha colpita al cervello. 

Reyhaneh Jabbari è stata impiccata all'alba di qualche giorno fa, Brittany Maynard si toglierà la vita il prossimo 1° novembre, il giorno dopo il compleanno del marito. Reyhaneh Jabbari voleva vivere e non glie l'hanno permesso, Brittany Maynard non vuole più vivere e ha deciso di darsi il permesso di morire.

Se oggi c'è una differenza tra terzo mondo — ma esiste davvero ancora? — e mondo ricco — anche questo esiste ancora? — è quella tra chi la vita se la vede togliere per volontà di altri e chi la vita può permettersi il lusso di togliersela da solo. 

Si dirà: Brittany è una malata terminale e sta compiendo una scelta dignitosa, quella di porre fine alla sua esistenza prima che la malattia la devasti nel dolore fisico e mentale. Si dirà anche che i contorni giudiziari del caso che ha coinvolto Reyhaneh Jabbari non sono chiari: omicidio premeditato, il coltello con cui ha ucciso l'uomo l'aveva comprato il giorno prima, c'era una terza persona coinvolta nell'uccisione e quant'altro. Non è così semplice ovviamente: la donna sosteneva invece di essere stata oggetto di tentativo di stupro e l'uomo ucciso apparteneva ai servizi segreti iraniani, dunque, visto il clima che si respira in quel paese, un intoccabile, un essere superiore, e chi ha l'ardire di toccarne uno va punito.

Ma c'è una costante nelle due storie, che è quella della morte, data e voluta. Perché la morte è la costante in questo mondo del terzo millennio che ci troviamo a vivere. Una morte cattiva, tracimante, un ghigno fastidioso che emerge da ogni notiziario: chi ad esempio ridarà una vita e una speranza alle oltre duecento ragazzine rapite in Nigeria nel momento più bello della loro vita, quello della scuola?

In America e in Europa invece ci siamo dati un lusso, quello di toglierci la vita quando essa ci sembra diventata insopportabile. Ci sembra, perché la vita in realtà non è mai insopportabile, anche nelle situazioni più estreme. Di fatto oggi in quelle che una volta erano le ricche e opulente società avanzate la vita è insopportabile, malattie a parte. C'è una disperazione silenziosa  e strisciante che si sta impossessando di ognuno di noi.  

"Dopo un'operazione e un ciclo di cure, in aprile i medici le hanno detto che il cancro era tornato più aggressivo di prima, e le restavano solo sei mesi di vita, da trascorrere tra atroci dolori. Brittany ha effettuato delle ricerche, scoprendo che non esiste un trattamento in grado di salvarle la vita, mentre con le cure prescritte dai medici le sue capacità intellettive sarebbero decadute inesorabilmente" si legge in giro.


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COMMENTI
28/10/2014 - Sì, ma ... Philip non ha maledetto Dio (Vittoria Patti)

Condivido di cuore tutta la sostanza di quest'articolo. Fra l'altro, sono felice che abbia dato l'occasione a molti di conoscere Philip G. Johnson, la cui vicenda seguo (e per lui prego) già da alcuni anni. Mi permetto solo due osservazioni: 1) Vites scrive: «in questi anni in cui ha spesso pianto, maledetto Dio - sì, lui, un seminarista - per il dolore e la paura di morire...» Ebbene, non mi scandalizzerei affatto se questo fosse accaduto, ma per rispetto di Philip e della verità, mi sembra giusto precisare che nella lettera di Philip (né in altri suoi scritti, per quanto ne so) non è mai scritto che lui abbia "maledetto Dio". Il link alla lettera di Philip - che è molto bella davvero - è qui: http://www.dioceseofraleigh.org/content/raleigh-seminarian-terminal-brain-cancer-responds-brittany-maynard 2) E' importante ricordare che in casi di estrema gravità e sofferenza come questi, non ci si può aspettare che la persona malata e disperata trovi da sola la forza di riaffermare il valore immenso della propria vita. Vites scrive «Alla fine forse è tutto qua: non essere soli». Sì, ma ... correggerei forse così: tutto sta nel non lasciare soli quelli che soffrono. Tocca agli altri: tocca a noi. Chi sta così tanto male non ce la fa, a chiedere questa compagnia, per mille ragioni.

 
27/10/2014 - Togliersi la vita (Antonella Berni)

Non me la sento dì giudicare Brittany e non so cosa farei al suo posto ma ho visto la sofferenza inumana dei malati terminali, privati della loro dignità dalla malattia. Chissà cosa direbbe papa Francesco, che tante cose ha compreso sul cambiamento dei tempi e sulle necessità di noi peccatori.