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HALLOWEEN 2014/ “C’è del marcio” nella festa della paura

In quasi tutto il mondo oggi si celebra Halloween. KLAARTJE ROEGIERS ha scritto un racconto su questa festa pagana, che sembra innocentemente dedicata alla paura

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Che cos’è Halloween?”, chiese la figlioletta alla mamma. “Niente. È come le parole che inventi tu per divertirti. Tutti i bambini inventano delle parole che non esistono. E adesso fanno la stessa cosa anche i grandi”. “Ma no, mamma”, disse il fratello della bambina, “è una festa. Lo ha detto la maestra. E ci ha spiegato che in America esiste già da molto tempo e che nel giorno di Halloween si può fare paura a tutti”. Non ha del tutto torto il ragazzo - pensava la mamma - non è una parola che non significa assolutamente nulla. Da diversi anni, una festa pagana chiamata così ha fatto la sua apparizione in Europa. Ma non mi piace che lui si metta a indottrinare sua sorella su questa nuova moda. I maestri di scuola non dovrebbero parlarne come fanno tutti, come fanno la tv e i giornali; un bambino, per quanto giovane, ha bisogno di aiuto per arrivare ad avere un giudizio critico su questa realtà. Bisognerà cambiargli scuola…

Tutti i genitori erano d’accordo. Non potevano lasciar passare Halloween come se niente fosse. Quindi, avrebbero proposto ai loro figli, quel giorno, di travestirsi a casa e giocare a farsi paura tra loro. Un gioco che tutti i bambini del mondo adorano. Quello sarebbe stato il loro Halloween in famiglia.

Arrivato il grande giorno, la famiglia al completo si recò di buon’ora al grande cimitero del paese, perché per i cristiani quello era il giorno della commemorazione dei defunti. “Il nonno, la nonna, la nostra vicina, il signore che portava fuori il suo cagnolino tutte le mattine, il vecchio postino, così gentile, il nostro vecchio parroco, tutti i morti e perfino i papi hanno bisogno delle nostre preghiere”, spiegava il papà ai bambini che, invece, non vedevano l’ora di giocare a farsi paura, ma che poi andarono al cimitero senza lamentele, non solo per obbedire ai loro genitori, ma anche perché la visita al cimitero aveva un non so che di affascinante.

Quelle stradine, tutte uguali, fiancheggiate da grigie tombe a perdita d’occhio, di cui alcune pendevano verso sinistra, verso destra, in avanti, indietro, talmente erano vecchie; quelle foto di uomini e donne ingiallite dal tempo; quelle parole incomprensibili incise nella pietra, quelle facce di angeli coi loro grandi occhi che fissavano i passanti, quei giardini in miniatura che decoravano alcune tombe, senza dimenticarsi dei gatti selvatici che al loro passaggio schizzavano via con la coda ritta: erano cose da non perdere quando si presentava l’occasione.

Di ritorno a casa, dopo il pranzo di mezzogiorno, poteva cominciare il gioco di Halloween. I bambini si trasformavano, chi in un vampiro dai denti enormi, chi in un brutto stregone dal naso smisuratamente lungo e il bastone in mano, chi in una strega tutta vestita di nero, con un velo in testa che lasciava vedere solo due occhi minacciosi e l’immancabile gatto nero di peluche sulla nuca. Tutta la casa e il giardino risuonavano delle loro terribili urla, che terrorizzavano il cane a tal punto che avevano dovuto chiuderlo in un bugigattolo in fondo al giardino; il gatto si era già eclissato, acquattato in un nascondiglio di cui lui solo conosceva il segreto. Ma, eccezion fatta per gli animali domestici, nessuno aveva paura, in quanto il gioco consisteva essenzialmente nel fare paura.