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TERREMOTO L'AQUILA/ Perché condannare un tecnico della Pc per nascondere la nostra impotenza?

Pubblicazione:mercoledì 12 novembre 2014

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31 marzo 2009, L'Aquila. Si riunisce la Commissione Grandi Rischi, per valutare eventuali allarmi sismici in Abruzzo, ci sono i vertici del settore tecnico della Protezione civile. C'erano già state scosse, una di magnitudo 4, la terra si preparava, tremando, a squassarsi. Un ricercatore a onor del vero alza la voce, pronuncia la parola pericolo: aveva studiato la concentrazione di radon come precursore di terremoti e presagiva un disastro. La voce gira, scatena il panico a Sulmona, il fisico viene denunciato per procurato allarme. Polemiche, sue e di un altro scienziato aquilano, che aveva lui pure sospettato e previsto la tragedia. Dichiarazioni ex post, a tragedia avvenuta, puntuale come una maledizione. 309 morti, una città in rovina, una regione in ginocchio. Dichiarazioni che si aggiungono alla tensione tra Enzo Boschi e Guido Bertolaso, rispettivamente, allora, presidente dell'Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia e capo della Protezione civile. Un rimpallo di responsabilità, io l'avevo detto-non era chiaro-è colpa tua-no tua, che non ha aiutato la popolazione alle prese con le macerie fisiche e morali, coi propri cari da seppellire. 

Passano i giorni, monta la rabbia: impotenti di fronte alla natura matrigna si cercano colpevoli cui addossare almeno in parte l'onere morale di quella devastazione. Perché la predetta Commissione aveva valutato un rischio minore, aveva ritenuto di non suscitare allarmismo, di calmare la gente. Aveva agito in base a considerazioni politico-sociali, è stato detto. Vero, non vero? 

Non possiamo pensare a un piano prestabilito per dare in pasto una città alla morte. Condanna per sette componenti dell'organismo, accusati di omicidio colposo plurimo e lesioni personali. Potevano andare fino in fondo, allora, e parlare di strage, comminare ergastoli. Nell'ottobre 2012 la mano dei giudici era stata pesante, sei anni di carcere, senza sconti. L'altro ieri, al processo d'appello, è stata rivista e anche ribaltata la sentenza: assoluzione per tutti, tranne che per il vice capo tecnico della Protezione civile, con pena ridotta però a due anni, quindi sospesa. 

Come mai solo quest'uomo sia stato dato in pasto all'opinione pubblica, alla folla che assiepava le aule del Tribunale, è difficile capirlo. Ma ancor più difficile, pressati dai lanci di tiggì e titoli di giornale, usare la ragione e tirare un sospiro di sollievo per la lungimiranza dei magistrati. Bisognava mettere in galera tecnici e scienziati? No. Neanche per negligenza e informazioni imprecise, incomplete e contraddittorie? Neanche. Sappiamo purtroppo che i terremoti non si possono prevedere. C'è un solo modo per contenerli: costruzioni antisismiche, rinnovate e controllate a dovere. I giapponesi che se ne intendono, pour cause, l'hanno detto e ripetuto.  Bisognava rimuovere gli incapaci e i superficiali dai loro incarichi, naturalmente. Bisognava rivedere la catena di comando, i ruoli e le relative responsabilità. Ma processare la scienza, che non sa prevedere i cataclismi, è ridicolo. 


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