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Cronaca

ETEROLOGA/ Binetti: se in Italia mancano i donatori, sorgono alcune domande…

Un recente servizio del Corriere della Sera afferma che l'Italia è un paese senza donatrici per la fecondazione eterologa. L'occasione buona per porsi alcune domande. PAOLA BINETTI

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È di pochi giorni fa la notizia che all'European Hospital di Roma c'è stato il primo caso di fecondazione eterologa, interamente italiano. Italiani i donatori, italiana la coppia ricevente, italiana l'équipe che è intervenuta, sia pure in mancanza di una legge ad hoc e sulla base di una sentenza della Corte costituzionale.

Un recente servizio del Corriere della Sera afferma che l'Italia è un paese senza donatrici per la fecondazione eterologa. E li cerca all'estero. Per Guido Pennings, docente di etica alla Ghent University del Belgio: «L'altruismo è il fattore più importante nella donazione di ovociti, ma il compenso finanziario è una ragione convincente». La mancanza di una legge che chiarisca tutti i passaggi concreti sul piano applicativo crea un forte livello di incertezza sul piano dei diritti esigibili, per i soggetti donanti, per la coppia ricevente e per le diverse figure di professionisti coinvolte nel processo della Pma.

Tra le diverse proposte di legge presentate in Parlamento, pur nelle notevoli differenze che le caratterizzano, spicca un chiaro punto di convergenza: urge una campagna di comunicazione-informazione rivolta a tutte le donne, soprattutto a quelle in età fertile. Ma serve anche un profondo coinvolgimento delle figure maschili, non solo perché potenzialmente donatori, ma anche perché la paternità nella fecondazione eterologa assume caratteristiche del tutto peculiari. Serve una preparazione previa mirata su obiettivi ben centrati, con un esplicito riferimento a potenziali difficoltà e al modo con cui affrontarle. Per la donna la gravidanza, anche quella ottenuta con fecondazione eterologa, rappresenta una circostanza straordinaria di intimità nella relazione con il proprio bambino. Un'amicizia che si nutre della consapevolezza che comunque senza di lei questo bambino non sarebbe in nessun modo potuto venire al mondo.

Senza campagne di sensibilizzazione, donne e uomini non sono in condizione psicologica di donare le proprie cellule riproduttive, neppure se la "donazione" viene proposta con un compenso, anche a titolo di rimborso spese.

La mentalità corrente è ben lontana da questa prospettiva: quel bambino che nascerà con la Pma è considerato sempre un po' come un figlio di cui si perdono le tracce e di cui comunque ogni tanto si vorrebbe avere qualche notizia: sarà felice? È contento di essere nato? Di avere una madre biologica diversa dalla madre che pure si prende cura di lui? Vanno d'accordo o qualche volta gli si rinfaccia di essere altro dai genitori?

C'è anche questo guazzabuglio di emozioni nella resistenza a donare, sia negli uomini che nelle donne, ma in queste ultime il timore è più forte, come dimostrano gli studi in tal senso. La resistenza a donare ha un aspetto quasi viscerale nelle donne, mentre nel maschio alcuni studi parlano perfino di orgoglio della procreazione.