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ISIS/ Perché Francesco tiene la porta aperta?

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E la fede, quella sine glossa, quella della grande Tradizione della Chiesa, ci insegna che Dio non chiude mai la porta a nessuno, che per Dio non si fa la guerra, che in Dio c'è sempre spazio per il miracolo, per la misericordia. E chiede a ciascuno di noi che questo desiderio di pace, di conversione dei cuori, diventi il motore e il metodo della nostra azione politica nel mondo, uscendo dalla paura di incontrare l'Altro e di guardarlo negli occhi fino in fondo.

Ad un terrorismo che usa Dio per i suoi progetti di potere, il Papa risponde mostrando che Dio può arrivare dappertutto, perfino all'inaudita stoltezza di morire su una Croce, pur di rientrare in dialogo col cuore dell'uomo. E' questo che facciamo fatica a capire e a credere noi europei, noi occidentali, noi uomini colti dei nostri giorni: il fatto che il Figlio di Dio possa essere così Dio da vincere ancora, da riaprire ancora una volta la partita col Suo Amore, con la Sua Misericordia. Siamo preoccupati di tante guerre, ma non sentiamo il pianto di Cristo, la voce di Maria, la supplica di San Giuseppe, affinché il nostro cuore possa tornare a "vivere di Lui" ed essere liberato dall'unica guerra che Satana ha realmente ingaggiato su questa terra, quella per il dominio del nostro Io, delle nostre viscere, di ognuno di noi. 

Per questo abbiamo bisogno delle parole del Papa, della Sua fede disarmante, per sfidare e smascherare come i nostri occhi — invece di essere pieni di Cielo — siano ormai diventati pieni di rabbia. Una rabbia che ricorda quella del Figlio Maggiore della Parabola di Luca. Un figlio che non riesce ad aprire il cuore e far festa per avere recuperato ciò che era perduto, quel fratello divenuto nemico e che — sebbene debba essere fermato nella sua scelleratezza — ha ancora soltanto bisogno di un misterioso e disarmante perdono, il perdono di un Padre.

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COMMENTI
28/11/2014 - Fede in chi? (luisella martin)

L'articolo mi ha commossa, fino alle lacrime di gioia. Poi ho letto i commenti e mi sono ricordata di quando credevo di essere una cristiana osservante e intelligente; in realtà ero una donna ligia alla propria religione ma il mio "intelletto" s'era fermato al teorema di Euclide! Fortunatamente Gesù ha tenuto anche per me la porta aperta, ha aspettato, restandomi sempre vicino, che capissi la Sua scelta: quella di morire in modo vergognoso sulla Croce per salvare ciascuno di noi.

 
27/11/2014 - Ma non tutto è chiaro (Massimo Zamarion)

"Perdonare" significa esattamente "tenere le porte aperte" al pentimento di chi ti ha fatto del male. Ma se questo male costituisce un reato ciò non significa che il perdono escluda la pena; né significa che la polizia non possa usare metodi coercitivi per combattere il crimine. Nel caso dell'Isis, dicendo che bisogna "tenere le porte aperte" perfino alla possibilità di un dialogo con l'Isis il Papa dice, per così dire, una "profonda" ovvietà cristiana. Ma ciò non significa una sconfessione di un'azione militare. Le due cose non sono in contraddizione. Chi si trovasse ad avere responsabilità politiche in materia potrebbe avallare l'intervento militare pur "tenendo le porte aperte". Dimensione politica e dimensione religiosa non possono essere totalmente indipendenti l'una dall'altra, ma sono distinte. E lo sono appunto perché il Regno di Dio non è di questo mondo, perché il male agisce in questo mondo e con esso dobbiamo convivere. La politica fondata sulla conversione dei cuori, paradossalmente, è la versione "buona" della politica fondata sull'uso di Dio da parte dell'Isis. Sono due non politiche nel nome di Dio: una fondata sull'amore, l'altra sull'odio. Una presuppone che tutti gli uomini siano in fondo buoni, l'altra che siano naturalmente cattivi. Risulta poi irritante questo continuo (e sospiroso) uso del termine "Altro" da parte di tanti intellettuali cattolici: una volta si diceva "il prossimo" (senza maiuscola) e ci si capiva benissimo.

 
27/11/2014 - commento (francesco taddei)

il papa ha chiesto ai cristiani mediorientali perseguitati di difendersi senza armi. e loro hanno formato una milizia con i curdi. magari ne sanno un po' di più loro.

 
27/11/2014 - Se fossi... (Giuseppe Crippa)

Fossi un soldato mandato a riconquistare le terre strappate dall’Isis alla Siria o all’Iraq non sparerei su un miliziano che deponesse le armi ma cercherei di sparare per primo di fronte a qualunque nemico si presentasse armato. E credo si possa sparare senza la rabbia del “figlio maggiore” ma fiduciosi di fare la cosa giusta, perché difendere la propria esistenza e quella dei propri cari così come cercare di riprendere la terra che è stata dei nostri avi per generazioni e che ci è appena stata strappata con la violenza è una cosa giusta. O no, don Pichetto? Se sapessi che mentre difendo un villaggio minacciato dai jihadisti o mentre sono in attesa di attaccarne uno conquistato da loro mesi fa per riprenderlo e riconsegnarlo ai profughi scampati al massacro i miei “capi” (militari, politici o religiosi che siano) “dialogassero” senza porre come precondizione almeno una tregua non sarei molto contento…