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Cronaca

PAPA IN TURCHIA/ Francesco, parole di pace nel retrobottega degli islamisti

Papa Francesco (Infophoto)Papa Francesco (Infophoto)

Non si è trattenuto però dall'interpretare la recente messa all'indice di Bergoglio del "terrorismo di Stato" in modo personalissimo, accusando l'odiatissimo Assad e l'eterno nemico Israele. Toni non compatibili con il discorso alto, moralmente inattaccabile, profondamente conciliante pronunciato poco dopo da Papa Francesco.

Che ha riconosciuto la vocazione della terra della mezzaluna ad essere ponte naturale tra continenti e culture diverse e che ha omaggiato la vitalità e la generosità del popolo turco. Ma quello che il pontefice ha chiesto a un ora di volo dai 22 campi profughi ammassati sui confini con la Siria e l'Iraq è una pace "solida, fondata sul rispetto dei fondamentali diritti e doveri legati alla dignità dell'uomo". 

Una pace che tenga conto del destino di uomini, donne, bambini e anziani che nel nord dell'Iraq, ma anche in Siria, sono stati costretti ad abbandonare le proprie case, la propria patria, per salvare la vita e difendere la fede. Uomini, donne, bambini e anziani che spesso sono stati trattati da prigionieri, subendo violenze e restrizioni, ostaggio della violenza terroristica frutto del fanatismo e del fondamentalismo. 

Così il Papa ha chiesto al mondo e al presidente turco di non rassegnarsi al conflitto, di garantire libertà religiosa e libertà di espressione, di fermare l'aggressore ingiusto, ma "nel rispetto del diritto internazionale" senza affidarsi esclusivamente alla sola risposta militare. Parlava alla Turchia, che negli ultimi giorni ha pompato mediaticamente una visita scomoda alla vigilia, ma anche a chi a poche centinaia di chilometri lotta per non perdere la speranza. E parlava all'islam, il Papa, quello turco a maggioranza sunnita che vuole prendere le distanze dalle violenze perpetrate nel nome di Dio per accreditarsi come interlocutore privilegiato nella ricerca della pace e della riconciliazione dell'area. 

Non ha nominato l'Isis, Bergoglio, neanche quando a fine giornata si è trovato a parlare alla Diyanet, il dipartimento per gli affari religiosi che Ataturk volle al posto del ministero della Shari'a quando introdusse l'ordinamento laico nella Repubblica. Si è riferito solo ad "un gruppo estremista e fondamentalista" che perseguita intere comunità. Ma l'allusione era chiarissima. Anche perché la reticenza non appartiene a Bergoglio. 

E' davanti ai capi musulmani e al gran Muftì di Ankara che il Papa ha chiesto ai leader religiosi di "denunciare tutte le violazioni della dignità e dei diritti umani", di proteggere "la vita umana, dono di Dio Creatore", di condannare "la violenza che cerca una giustificazione religiosa". Perché l'Onnipotente è Dio della vita e della pace. La prima giornata nella terra della mezzaluna ha fatto capire ai turchi di che pasta è fatto Francesco. 

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