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Cronaca

BRITTANY MAYNARD/ Chi l'ha aiutata a cercare la "salvezza" nella morte?

Brittany Maynard, malata di tumore al cervello, voleva morire il 1° novembre. Ha ritardato la sua fine di un paio di giorni. Molti, tanti, hanno plaudito alla sua morte. FEDERICO PICHETTO

Brittany Maynard in abito da sposa (Dal sito di Brittany Maynard)Brittany Maynard in abito da sposa (Dal sito di Brittany Maynard)

Adesso che Brittany Maynard è morta, che il suo desiderio di "morire" è stato totalmente accolto ed accettato dalla comunità civile, forse si possono dire alcune cose chiare che ci aiutino a vedere gli esatti termini della vicenda.

Brittany Maynard, per chi non ne fosse a conoscenza, è la ventinovenne americana che, scopertasi con un terribile tumore al cervello, ha chiesto e ottenuto dallo stato dell'Oregon il permesso di praticare il suicidio assistito prima che la sua vita diventasse insopportabile e, a suo giudizio, "priva di dignità". La sua morte è stata un incredibile evento mediatico, sostenuto da un'associazione promotrice del "diritto all'eutanasia" e trasmesso con una precisa strategia di marketing tesa a provocare nello spettatore compassione e rispetto.

La prima cosa da dire su questa storia, quindi, è che Brittany è stata "usata", il suo dolore è servito a sfamare un vasto circuito ideologico (e commerciale) che si è nutrito di video costruiti ad arte e di servizi televisivi realizzati con il solo scopo di "vendere" e di lucrare politicamente ed economicamente dalla vicenda. Questo, comunque la si pensi, lascia chiaramente interdetti e pone una domanda cui nessuno, al momento, può di certo dare risposta: a chi è fregato davvero qualcosa del dolore di Brittany?

Se questa è la prima osservazione, certamente polemica, ce n'è però una seconda ancora più radicale: con Brittany, infatti, si è data legittimità e cittadinanza a quello che ognuno di noi percepisce trattandolo come qualcosa di vero, di reale. Dal punto di vista filosofico, ma ancor di più psicologico (e mi domando dove siano adesso tutti gli psicologi che commentano i fatti di cronaca giustificando e rendendo plausibile ogni sorta di nefandezza), è noto e risaputo che ciò che noi percepiamo della realtà spesso non solo non coincide con la realtà stessa, ma è determinato dai condizionamenti della nostra mente e della nostra storia, al punto che un rapporto autentico col reale oggi è difficilissimo e problematico. Brittany percepiva la sua condizione come insopportabile e inesorabile: si era convinta di un destino che solo le statistiche — e non la realtà — le aveva prospettato, rielaborando ogni dolore e ogni problema dentro un preciso schema mentale che la portava a sostenere come inevitabile un certo futuro e un certo stato di salute. Ora, pur tralasciando la questione di fondo (sul fatto che una vita meriti sempre e comunque di essere vissuta), chiunque è affetto da depressione o da altri disturbi psichici sa benissimo, se ne è consapevole, che il principale problema con cui si trova a combattere è proprio quello di una percezione alterata della realtà, percezione da cui si sente inesorabilmente schiacciato e definito.


COMMENTI
05/11/2014 - terribile (luisella martin)

Cosa é più terribile, il tumore al cervello o il tumore nell'anima? Della malattia i medici ci avvertono subito dell'incurabilità del secondo tumore ci parla il Vangelo. L'autore del pezzo cerca di ripristinare il bello, la bellezza che questa morte annunciata e reclamizzata ha offeso ... Questo articolo é davvero bello perché non punta il dito e vuole guidarci verso la giustizia vera, quella del cuore, quella della croce ... Bello é il ricordare le malattie dell'anima e insieme bello il tacito avvertimento che solo Gesù, o uno psicologo che interpelli Gesù,le può curare. Credo che sia possibile capire questo articolo solo ai medici, agli psicologi, ai giornalisti, agli opinionisti, ai lettori che, al di là delle loro "competenze specifiche" hanno saputo diventare piccoli..

 
04/11/2014 - eutanasia (lucia corucci)

Carissima Redazione, oggi sui giornali campeggia la notizia del suicidio di Brittany. Io lo chiamo suicidio, non eutanasia. Mentre viene spontanea la preghiera per la sua anima, penso che, sì, è sempre più difficile non cedere al prospettivismo... eppure davvero ogni volta la realtà ci provoca con il suo mistero. Lo fa tramite un'amicizia, un volto, una presenza di chi, magari (penso ai miei alunni), la società civile chiama diversamente abile... Solo Dio, per tornare a noi, saprà cosa dire a Brittany... Sicuramente le dirà quello che ha detto a noi: "Non avere paura". Grazie