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IL CASO/ Fabiola Gianotti al Cern, un "colpo" alle dietrologie italiche

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Fabiola Gianotti (Infophoto)  Fabiola Gianotti (Infophoto)

In sessant'anni di vita del Cern, la prima donna chiamata a dirigerlo è un'italiana e si chiama Fabiola Gianotti. Nelle prime dichiarazioni ha parlato del Cern come “luogo di formazione per giovani scienziati” e ha messo in fila parole come: scienza, tecnologia, formazione e pace. Insomma, un gran bell'inizio.

Questa promozione professionale della nostra scienziata non è solo una buona notizia per la ricerca mondiale, ma è un'occasione da non perdere per cercare di emanciparci da uno dei principali vizi italici: quello di non saper vedere, di un successo, il lavoro, la fatica, il merito, ma cercare chi c’è dietro, chi muove i fili, quale arte segreta ha architettato una promozione, quale malizia ha portato avanti una persona rispetto ad un’altra. È un vizio italico e non solo ma, soprattutto, è un vizio, appunto, e così porta frutti viziosi, nefasti, perché fa abdicare alla ragione declinando l'intelligenza secondo i canoni del potere. Come quegli alunni che prendono un brutto voto ma non aprono i libri per studiare di più e non chiedono all’amico: posso studiare con te? mi passi i tuoi appunti? ma si lamentano e dicono: la prof ce l'ha con me, quella è la cocca della maestra, e così via.

Se i bosoni e i neutroni non mentono, allora abbiamo l’occasione di dare un bel calcio a tutte le teorie complottarde, al credere che sia tutto un gioco della politica-spettacolo, al cedere a quella dottrina per cui i nostri destini, la nostra carriera, è decisa da lobbies potenti e segrete (oltretutto, essendo segrete, esimono dalla necessità della verifica). Da ieri in Italia, abbiamo la straordinaria possibilità di credere che la Gianotti sia arrivata lì semplicemente perché ha lavorato bene.

“Il Cern - dice - è un centro di eccellenza scientifica e tecnologica, e un’ispirazione per tutti i fisici del mondo. Ma è anche un importantissimo luogo di formazione per giovani scienziati, e un esempio brillante di cooperazione e pace tra ricercatori di tutto il mondo”. Insomma, udite udite, secondo la nostra scienziata se si lavora bene scienza, tecnologia, formazione e pace, vanno a braccetto. Crediamole. Ricominciamo a dare più importanza alla verità piuttosto che al potere, a credere che intelligenza e furbizia non sono sinonimi. A guardare come un "più" quello che dell’intelligenza sembra un "meno": la lentezza. Ditemi se nelle parole della Gianotti che sto per riportare, non è vero che si ritrova la dignità della schiena dritta, di un sapere che è sapiente oltre che esperto, e di un’intelligenza che non ha fretta perché sa che ci vogliono i tempi dell’attesa, dell’ascolto di chi è in team con te, di chi deve imparare da te. 



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