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IL CASO/ Franco, "torno in carcere per essere libero"

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"Non ha proprio capito niente", dicono. "No, sono loro che non hanno capito — replica Franco — perché io ora mi sento libero: dietro le sbarre, sì, ma con l'amore dei miei figli e di mia moglie".

Morale numero uno. Quando cuore fa rima con rapinatore… Qui non parliamo del cuore sentimental-sdolcinato che faceva immancabilmente rima con amore nelle canzonette di Sanremo di una volta. Qui parliamo di cuore come centro, come radice dell'umano. Esigenza di bene, di verità, di giustizia, di bellezza. Quanto a rapinatore, è una delle possibili versioni dell'umano peccatore. Esagerando, ma neanche troppo, è quasi un sinonimo di uomo. Chiariamo anche la parola amore: non sentimento coccoloso e autoappagante, ma passione gratuita per il destino dell'altro. A questo punto cuore fa rima sì con la parola amore. Quello di Franco per il destino dei suoi figli.

Morale numero due. E' bastata una domanda apparentemente banale, per innescare un processo di cambiamento radicale guidato dalle esigenze del cuore: "Ma papà perché non ho il tuo cognome?". Franco non ha sottovalutato la domanda, se ne è lasciato colpire. Perché è la realtà stessa che quando meno te l'aspetti ti provoca ad andare fino in fondo.

Morale numero tre. Meno male che in tempo di apocalittica confusione sui generi e sui ruoli genitoriali, o non saprei neanche come definirli, c'è un buon rapinatore che è padre. Cosa sia il padre, l'ho sentito recentemente dire in maniera convincente da un americano figlio di figli dei fiori, transitato dalla comune hippies al sacerdozio e dalla new age alla missione, che si chiama Vincent e che guarda caso ha l'età di Franco. Ha detto che la mamma protegge e che il papà introduce nella realtà della vita, inevitabilmente comprensiva del dolore e della morte.  Ecco, Franco ha voluto per i suoi figli un passaporto per il destino.

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