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CAOS CARCERI/ Colpo di statalismo del Governo: a rischio il lavoro

Pubblicazione:venerdì 19 dicembre 2014 - Ultimo aggiornamento:venerdì 19 dicembre 2014, 17.08

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Risultati che però «rischiano di essere del tutto vanificati». Anche la commissione voluta dal ministro Cancellieri e presieduta da un esperto internazionale come Mauro Palma era giunta in precedenza alle stesse conclusioni: «Va incrementato il numero delle sperimentazioni già esistenti», scrivono i saggi incaricati di elaborare proposte per cambiare il modello carcerario. Anzi, bisogna passare «dalla fase della sperimentazione alla messa a sistema del servizio».

Si potrebbe obiettare che la Cassa delle Ammende non è l’ente adeguato a sostenere economicamente questo impegno. Ma sono le stesse linee guida per l’utilizzo dei fondi della Cassa, risalenti a due anni fa, a prevederlo, quando parlano di progetti che svolgono servizi necessari agli istituti penitenziari, gestiti anche da parte di enti privati. Allora, si dirà, sarà una questione di soldi. Non ci sono fondi, occorre fare tagli dolorosi, seppur a malincuore. Ma anche qui è Ferrarella a dare le cifre in due righe: «Sul mercato la manodopera (per una giornata alimentare che costa 12 euro) vale circa 3,60 euro, mentre le coop sociali ricevono dallo Stato meno di 2 euro tra gettone e sgravi fiscali».

Non basta? Allora aggiungiamoci pure una mannaia che potrebbe costare milioni di euro ai contribuenti. Tanto per cambiare, viene da Bruxelles. Nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha affermato che il detenuto in esecuzione di pena va pagato come il lavoratore libero. Altrimenti è lavoro forzato. Concreta, concretissima la possibilità di una nuova Torreggiani, la sentenza del gennaio 2013 sul sovraffollamento. E anche in questo caso i numeri sono impressionanti. Parliamo di circa 25mila detenuti che fino ad oggi hanno svolto lavori domestici le cui retribuzioni sono ferme agli anni Novanta. Un esperto come Emilio Santoro ha calcolato che, se i ricorsi cominciano ad arrivare alla Corte europea, il risarcimento per i diritti umani violati dovrà ammontare a 25-26 euro per ogni giorno lavorativo. 

Oltre naturalmente ai 3-4 euro di paga mancante. E anche senza uscire dai patri confini, c’è già una sentenza della Corte d’Appello di Roma risalente al marzo scorso che condanna il ministero della Giustizia a rifondere 10mila euro a un detenuto impiegato come giardiniere e 5.700 a un altro recluso che lavorava in lavanderia perché i compensi con cui venivano retribuiti erano fermi ai minimi sindacali in vigore vent’anni fa.

Una strada senza ritorno, quella dei lavoretti (forzati) che non recuperano le persone e ci espongono alle sanzioni comunitarie e non. Da parte loro le cooperative non vogliono credere che la parola fine sia già scritta e che tutto ciò risponda a un disegno. Il 17 dicembre hanno nuovamente scritto al ministro Orlando, al suo capo di gabinetto, il magistrato Giovanni Melillo e al nuovo capo del Dap, il magistrato Santi Consolo. Ma chissà se nei palazzi romani c’è ancora voglia di ingranare la retromarcia, lasciando spazio al buonsenso, alla corretta gestione e a un pizzico di sussidiarietà.



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