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AUGURI DI NATALE 2014/ Julián Carrón: quella apparente fragilità che continua a interrogarci

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Dio non cambia strada e, per continuare il suo disegno di cambiamento del mondo, ai tempi dell’Impero romano si affida al Figlio di una vergine, Maria. Senza il suo sì, che insieme a quello di Giuseppe dà credito alla promessa di Dio, non sarebbe accaduto niente. Di conseguenza, in questi giorni non ci sarebbe niente da festeggiare. E invece possiamo fare festa anche quest’anno, avendo davanti ai nostri occhi la portata della scelta di Abramo sulla scena del mondo e la profezia di quel germoglio che si è compiuta in Gesù. E passando di secolo in secolo, Lui è rimasto nella storia e oggi ci raggiunge nella vita della Chiesa, come allora, attraverso un germoglio: papa Francesco, che ci abbraccia costantemente senza avere paura di tutte le nostre fragilità e infedeltà, e senza temere il cammino della nostra libertà, proprio come fa il padre con il figliol prodigo. E rinnova la profezia antica: «Il Verbo, che trovò dimora nel grembo verginale di Maria, nella celebrazione del Natale viene a bussare nuovamente al cuore di ogni cristiano: passa e bussa. […] Quante volte Gesù passa nella nostra vita […] e quante volte non ce ne rendiamo conto, perché siamo tanto presi, immersi nei nostri pensieri, nei nostri affari» (Francesco, Angelus, 21 dicembre 2014). 

È per questo che il Natale ci invita a convertire prima di tutto la modalità di concepire da dove può venire la salvezza, cioè la soluzione dei problemi che la vita quotidiana ci pone. Sfida ciascuno di noi con la grande domanda: da dove ci aspettiamo la salvezza? Dalle alleanze che facciamo l’un l’altro e dai nostri calcoli per sistemare le cose o da questo segno apparentemente impotente, una presenza quasi inosservabile ma reale, testarda, irriducibile, che il Mistero pone davanti ai nostri occhi? Tutto si gioca lì, dal primo momento fino ad ogni passo dello sviluppo di quel disegno: il nostro sì a Colui che ci chiama e che ha fatto tutto ciò che esiste, è l’unica modalità per sperare di incidere sui processi del mondo. 

Come diceva don Giussani all’inizio del Sessantotto: «Veramente siamo nella condizione d’essere […] i primi di quel cambiamento profondo, di quella rivoluzione profonda che non starà mai - dico: mai - in quello che di esteriore, come realtà sociale, pretendiamo avvenga»; infatti, «non sarà mai nella cultura o nella vita della società, se non è prima […] in noi. […] Se non incomincia tra di noi […] una rivoluzione di sé, nel concepire sé […] senza preconcetto, senza mettere in salvo qualche cosa prima».

Buon Natale a tutti.



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