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AUGURI DI NATALE 2014/ Julián Carrón: quella apparente fragilità che continua a interrogarci

Pubblicazione:martedì 23 dicembre 2014 - Ultimo aggiornamento:martedì 23 dicembre 2014, 16.08

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Con un articolo pubblicato oggi sul quotidiano Corriere della Sera, don Juliàn Carròn presidente della Fraternità di Comunione e liberazione, invia i suoi auguri di buon Natale.

Caro Direttore,
papa Francesco non smette mai di stupirci. Parlando all’udienza generale del 17 dicembre, ha detto: «L’incarnazione del Figlio di Dio apre un nuovo inizio nella storia […] in seno a una famiglia, a Nazaret […], in uno sperduto villaggio della periferia dell’Impero romano. Non a Roma, che era la capitale dell’impero, ma in una periferia quasi invisibile. […] Gesù è rimasto in quella periferia per trent’anni. L’evangelista Luca riassume questo periodo così: Gesù “era loro sottomesso” [cioè a Maria e Giuseppe]. E uno potrebbe dire: “Ma questo Dio che viene a salvarci, ha perso trent’anni lì, in quella periferia malfamata?”». Il Signore sempre scombina i piani sfidando il nostro modo di intendere che cosa sia veramente utile per la vita, per la storia e per i processi in corso. Chi di noi avrebbe mai scelto un uomo come Abramo, un semplice pastore, per cambiare il mondo? Chi avrebbe immaginato che sarebbe bastato? 

Malgrado il popolo d’Israele abbia visto in tante occasioni questo modo di fare del Signore - a cominciare da quando Mosè aveva liberato gli ebrei dalla schiavitù degli egiziani -, davanti a una nuova prova, l’esilio, lo scetticismo riaffiora. Geremia si fa eco della diceria del suo tempo: sì, Dio ha fatto uscire gli Israeliti dal paese d’Egitto, ma adesso? Ora?

E proprio in quel momento il profeta lancia una nuova sfida, nella quale si ripete lo stesso metodo di Dio: «Susciterò da Davide un germoglio giusto, che regnerà da vero re […] ed eserciterà il diritto e la giustizia sulla terra» (Ger 23,5). Su quel germoglio poggia tutta la Sua promessa. Infatti «verranno giorni - dice il Signore - nei quali non si dirà più: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire gli Israeliti dal paese d’Egitto”, ma piuttosto: “Per la vita del Signore che ha fatto uscire e che ha ricondotto la discendenza della casa di Israele dalla terra del settentrione e da tutte le regioni dove li aveva dispersi; costoro dimoreranno nella propria terra”» (Ger 23,7-8). Il Signore si mostrerà ancora presente facendo ritornare il popolo dall’esilio. 

Dio è testardo nel far vedere al Suo popolo che il metodo dell’inizio è anche quello che consente di incidere su tutti i processi successivi della storia. È così che Lui sfida lo scetticismo del popolo e cerca di sostenerne la speranza. Ma a noi questo sembra troppo poco, troppo debole, troppo inincidente, quasi ridicolo e sproporzionato rispetto alle dimensioni dei problemi con cui ci dobbiamo confrontare ogni giorno. È la ragione per cui spesso anche l’antico popolo d’Israele soccombeva alla tentazione di scendere a patti con il potere - qualsiasi fosse: Egitto o Babilonia, questo è secondario - per cercare qualcosa su cui poggiare la propria sicurezza.


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