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Cronaca

LA STORIA/ 1. Giuditta, sposare un carcerato e scoprire (insieme) cos'è la libertà

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Per quasi quattro anni abbiamo atteso la scarcerazione, vivendo intanto ogni circostanza come occasione per approfondire il bene che ci vogliamo e sentendo così crescere in noi anche il desiderio di poterci sposare, di poter vivere insieme anche la semplice quotidianità.

Quando all’inizio di quest’anno finalmente le porte del carcere si sono di nuovo aperte è bastato poco più di un mese per radunare amici e familiari e presentarci di fronte all’altare, per affidare a Dio quel che Lui stesso ci ha donato, il cammino avventuroso e meraviglioso di questi quattro anni e tutti i passi che ancora ci verrà chiesto di fare. Siamo stati messi subito alla prova anche in questa nuova condizione (appena uscito dal carcere la crisi ha sottratto a mio marito il lavoro che avrebbe dovuto intraprendere e per due mesi è rimasto a casa disoccupato, lui che anche in carcere ha sempre lavorato!), ma non c’è circostanza o rapporto che nel tempo non ci dimostri che ogni situazione è un’occasione: grazie alla perdita di quell’occupazione da maggio è tornato a fare il fabbro, la sua professione e la sua passione.

La nostra non è una bella favola che il matrimonio ha coronato e nella quale tutto fila liscio dopo anni di sacrifici, ma è la sfida a cui ciascuno è chiamato attraverso le situazioni di ogni giorno. Abbiamo certamente avuto un fidanzamento inusuale, ma è stata proprio la condizione oggettiva del carcere a rendere il nostro rapporto da subito “essenziale” e a segnare ogni passo del cammino. Noi non abbiamo fatto niente di speciale: abbiamo solamente intravisto negli amici una possibilità di compagnia così grande, una condivisione così profonda da non essere scappati di fronte a ciò che la vita ci stava proponendo… ma questo lo possono fare proprio tutti!

(Giuditta Boscagli) 

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