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LA STORIA/ Dario: la droga mi aveva distrutto, un "imprevisto" mi ha salvato

Ragazzi sfuggiti alla droga, ragazzi che hanno ritrovato la voglia di vivere. E' il lavoro della comunità "L'Imprevisto" di Pesaro. SILVIO CATTARINA introduce la testimonianza di DARIO

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Continua il nostro lavoro, ragazzo per ragazzo, giorno per giorno, passo dopo passo, famiglia per famiglia, la vita delle nostre Comunità, insomma… Questo è il lavoro più importante, quello che magari meno si vede.

Ma è l’anno del nuovo Tingolo, finalmente trasferiremo la sede delle ragazze, nell’anno del venticinquennale dell’Imprevisto.

E’ l’anno della Russia: il mio primo libro tradotto in russo (dove mai arriverà il secondo).

Chi l’avrebbe mai detto: cose così belle e grandi, da poveretti come me, come noi. Spesso mi fermo a guardarci, a pensare a me, agli operatori… Dei piccoli  uomini, un tempo sperduti per il mondo, persone semplici… chiamati a tanto!

Ecco, occorre proprio aspettarsi tutto dalla vita, non dalle nostre capacità.

Desidero e chiedo, anche per i miei amici operatori, di cercare sempre il dono dell’umiltà. Con una battuta si potrebbe dire che neanche in fatto di umiltà vogliamo che ci batta nessuno.

Il nostro valore è l’attesa, la promessa che siamo, come quando eravamo bambini, che desideravamo il mondo intero, che la nostra bellezza non erano i soldi, il corpo, le cose, il potere, il merito… ma il cuore, il desiderio che avevamo, l’infinita fame e sete di tutto. 

Noi nasciamo con una promessa, come promessa. “Dimmi la promessa che c’è nel tuo cuore? Non il male che hai commesso”. E’ come se ogni giorno in Comunità, in forza di ogni attività, ci chiedessimo questo. L’implacabile promessa.

Allora si capisce che non c’è disastro, sventura più grande che far scomparire l’io, il cuore della persona, del ragazzo nel nostro caso. Cioè questa attesa, questa promessa che siamo. Questo grido. Ecco l’aberrazione più grande del nostro tempo, l’imbarbarimento dell’animo, dell’animo dell’uomo.

Noi vogliamo sempre vedere, scoprire, ammirare nell’uomo il germoglio, la primavera del suo cuore, la inevitabile, indistruttibile, inesorabile voglia di vita, il bisogno di vita che è.

Non una vita qualsiasi, ma una vita come dono, come grazia; tutto è grazia. Un imprevisto, appunto. Una novità, un avvenimento, imprevedibile e sovrabbondante. 

Desideriamo essere uomini forti, veri, uomini che sono sé stessi… unica garanzia contro tutte le tentazioni. Non siamo qui innanzitutto per aiutare altri, ma per noi stessi.

Prendere sul serio la vita, secondo tutte le sue manifestazioni, la sua ampiezza.

Lo spessore di una esperienza che rompa la misura solita, abitudinaria, scontata, il calcolo misero e sconsolante. 

Vogliamo abitare ed essere abitati da luoghi pieni di fascino, per questo il teatro, no? Sennò facevamo bulloni, costruivamo case! No?

Luoghi di amicizia, dove essere accolto e perdonato per quello che sono, dove è possibile essere fratelli. Basta tutto questo continuo concentramento sull’io della persona, sulle sue capacità, sui suoi strumenti, successi, fallimenti. E’ una concentrazione mortale e mortifera sul sé: che sperduta sconsolatezza. Questa insopportabgile vivisezione della persona a cui porta certa e tanta psicologia.

Mentre, di più, la questione è fuori di sé, fuori da sé. Uno sguardo che ti abbraccia perdonandoti e che ti lancia dentro un entusiasmo di vita.