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PAPA/ Francesco e Benedetto, doppia sfida ai cattolici

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Joseph Ratzinger con Papa Francesco (Infophoto)  Joseph Ratzinger con Papa Francesco (Infophoto)

In risposta a tutto ciò, come amici, i due confessano di avere contatti e confronti frequenti, manifestano il desiderio che nella Chiesa ci si incontri e ci si parli non per "mettere in discussione la dottrina", ma per permettere ad ogni uomo e ad ogni donna di buona volontà di incontrare ancora una volta Cristo, dal di dentro della propria storia e delle proprie ferite; si sostengono reciprocamente.

Sullo sfondo restano, purtroppo, le critiche sguaiate, gli appelli inopportuni, le tesi fantascientifiche di un cattolicesimo o di un ateismo devoto che — soprattutto in Italia — fa fatica a seguire la strada di Francesco, non accettando fino in fondo che la Chiesa è una vita in continua maturazione al punto che lo stesso Ratzinger, oggi, non solo corregge alcune sue tesi del 1972 decisamente più aperturiste sulla Comunione ai divorziati risposati, ma si confronta con i modi e con le parole di Bergoglio con una capacità di figliolanza davvero impressionante. 

Il vero dramma per la Chiesa cattolica di questi nostri tempi si gioca, quindi, tra coloro che credono davvero nell'Incarnazione (e nel fatto che il divino — da allora — giunga a noi attraverso l'umano) e coloro che vivono l'esperienza cristiana come qualcosa di immutabile e di "sempre uguale a se stessa", da ripetere brandendo le regole e il deposito della fede a guisa di un'arma intimidatoria e non da considerare come un'offerta gratuita di Dio al cuore dell'uomo. Anche Santa Caterina — o lo stesso Dante — se vivessero oggi (dopo il Vaticano I) si guarderebbero bene da usare certi toni verso il Papa che, nel loro tempo, erano invece del tutto legittimi per la coscienza che la Chiesa aveva di sé. La Chiesa cresce e matura verso la "verità tutta intera", conservando intatto ciò che Papi e Concili hanno circoscritto come immutabile e definitivo, esprimendo con parole nuove (che sgorgano dal rapporto contemporaneo con Cristo) le stesse cose che il Maestro insegnava ai suoi discepoli sulla riva del Mare di Galilea. 

Vediamo, anno dopo anno, sorgere una Chiesa sempre più libera e sempre meno cortigiana del potere, sentiamo che questa cortigianeria non avviene solo nelle opache relazioni che essa talvolta ha intrattenuto col potere politico, ma anche dall'essere disponibile a porre la propria fede come siepe alle certezze di una società borghese che fa finta di "difendere" la Chiesa, ma che in realtà vuole solo usarla per il proprio disegno di potere. È quello che fanno anche i signori del Califfato con alcuni dettami dell'islam. Ed è quello che l'Oriente bizantino ha dovuto subire lungo i secoli fino ad ai tempi nostri, fino allo stesso governo russo che oggi dispone del potere sugli Urali. 


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COMMENTI
09/12/2014 - Il grido che non diventa preghiera (Roberto Graziotto)

La cosa che mi ha colpito di più di questo bell'articolo di don Federico Picchetto, sono le ultime righe sul grido di dolore che non diventa preghiera. Credo che qui il sacerdote ligure colga il punto nevralgico di ciò che in gioco nella polemica contro il papa argentino, da parte di una persona come Antonio Socci, che ha meriti innegabili nella comprensione del mondo cattolico, per esempio quello popolare delle tantissime persone che vanno in pellegrinaggio dalla Regina della Pace a Medjugorje. Ma il criterio ultimo per il cattolico romano, e questo già prima del Vaticano I, è il motto teologico: ubi Petrus ibi ecclesia. C'è un certo privilegio giovanneo dell'amore (Gv 21, 22), anche nei confronti di Pietro, ma esso non si mette mai in concorrenza con Pietro (Gv 20, 4-6). Chi vive nella/dalla preghiera non può attaccare il papa come è accaduto negli ultimi mesi.