BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

IL CASO/ La suora diventata madre, la figlia e i veri genitori: storia di un'ingiustizia

Pubblicazione:martedì 11 febbraio 2014

Infophoto Infophoto

Ce n'è da riempire pomeriggi televisivi, pagine di gossip e di rotocalchi; anch'io avrei molti commenti in punta di penna ma mi trattengo, siccome della verità non sento nemmeno l'odore, solo miasmi pruriginosi.

Il dato che riporto, questo reale, è che per la prima volta in Italia si ferma una procedura di adottabilità con i termini di riconoscimento ormai scaduti.

Non si è mai restituito il figlio abbandonato alla nascita dalla madre, ma lasciare il convento pare sia una condizione talmente compromettente dal punto di vista psicofisico che si può capire lo "stato confusionale" in cui si trovava la suora.

Su questo punto si apre una parentesi dovuta; per ogni donna è difficilissima una scelta simile, ne ho avuto testimonianza diretta; ho imparato, di fronte a volti bagnati a sospendere il giudizio, a ricordare la parola "misericordia", che significa usare il cuore e conoscere il dolore degli sbagli che si fanno, senza eccezioni. Anche le suore sono donne, bisognose di abbracci e di scelte difficili, prede di scandali che pretendono da loro una perfezione morale impossibile, disumana.

Ma allora da dove nasce la richiesta (riportata quasi come fosse un ricatto) di lasciare il convento o tenere il figlio?

La Chiesa guarda prima al bambino, alla sua salute psicofisica: difende i deboli, i senza-parola, i piccoli che ancora non sanno o non possono parlare e scegliere dove o con chi stare, se dentro o fuori una scelta di vita consacrata. Se essere abortiti o nascere, vivere anche se malati, imperfetti, non voluti...

Un individuo per crescere sano ha bisogno di un padre, una madre, una società intera. Non può farlo, o meglio, sarà molto più difficile per lui farlo fra quattro mura, anche se antiche e bellissime circondato solo da persone dello stesso sesso, senza legami parentali privilegiati (nonni, zii, cugini) con cui convivere, senza amichetti con cui giocare, a pallone magari, al di fuori della scuola, perché comunque deve andare a scuola.

Questa osservazione la riportano tutti i pedagogisti umani, dai primi fondamenti di questa Scienza, senza tanti compromessi; a un bambino per crescere sereno servono una madre e un padre, anche se adottivi, una società intera.

Questa semplice osservazione è naturale e terribile: se per un bambino la cosa migliore è una famiglia, che sia pure adottiva, vanno a farsi benedire tutte le altre opzioni, gli ovuli selezionati, gli uteri affittati, tutte le fecondazioni forzate, le adozioni omosessuali: tutto quel giro anche economico che serve per "ottenere" un bambino e "possederlo" legalmente.


< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >

COMMENTI
11/02/2014 - Mio, tuo e loro (luisella martin)

Dice bene la giornalista che ha commentato nell'articolo la vicenda: i figli non sono nostri, miei, tuoi, vostri ... I figli appartengono solo a loro stessi e sarò lieta se il giudice italiano si ispirerà a Salomone per affidare la bambina alla donna che si è comportata come una "vera" madre.