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SAVIANO/ Meglio gli psicofarmaci di una vita vuota

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Roberto Saviano (Infophoto)  Roberto Saviano (Infophoto)

Sono ipotesi, naturalmente: pensieri che verrebbero sicuramente in testa a un tipo come me. Perché il fatto è che noi siamo sempre inadeguati alla verità: la possiamo raggiungere, la possiamo proclamare, ma non senza parzialità, non senza un certo numero di errori e approssimazioni. Questo significa pagare un prezzo: niente di troppo eroico, dunque. E niente di filosofico.

Penso che Saviano, per esempio, abbia dato ai lettori un ritratto di Napoli in parte ingiusto. Napoli non è un inferno: forse è un purgatorio, dove però è possibile incontrare l'uomo (nel senso più semplice e concreto della parola) molto più che a Roma o a Milano, dove gli schermi si moltiplicano. Nessun ritratto di Napoli dovrebbe omettere questo dato. 

Quando dice che avrebbe potuto raggiungere la verità con maggior prudenza, Saviano potrebbe intendere proprio questo. Raccontare l'uomo, lo diceva già Hemingway, è la cosa più difficile che ci sia, e forse è questo il motivo per cui Dio accetta che esistano gli scrittori: perché poche attività come questa ci mettono di fronte alla nostra inadeguatezza circa la verità delle cose. 

Auguro di tutto cuore a Roberto Saviano che possa accettare questa croce, che non consideri gettato via il tempo che gli tocca vivere in questo drammatico presente. Se la notorietà non può guarirlo dalla solitudine, forse la sua situazione può aiutarlo a ricordare che la letteratura è un'enorme famiglia, e che noi scrittori − anche quando litighiamo e ci fraintendiamo e ci detestiamo di cuore vicendevolmente − abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri per capire meglio chi siamo. 



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