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ABORTO/ Che fine ha fatto la tanto decantata liberté?

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Lo so, ti ho tolto tutto, il nome, la dignità, il diritto di vivere, il diritto di essere felice e di rendere felice me.  Per questo muoio con te… Ma lo faccio perché voglio rinascere in modo che un giorno sarò davvero pronta a riceverti. Voglio nascere per te, aspettare la tua anima dentro di me e poterti ridare l’amore  che non hai avuto perché non te l’ho dato, l’amore che non ho avuto perché non me lo sono data. (da un documento del nostro archivio, scritta durante un percorso di “elaborazione del lutto”).

E che significato daremo alla parola uguaglianza? Immagino che sia un’uguaglianza di diritti; ma di chi?  Forse tra l’uomo e la donna. Ma il piccolo bimbo, da poco chiamato alla Vita da comportamenti che possiamo definire quantomeno “allegri” e poco responsabili, avrà qualche diritto di uguaglianza rispetto allo stato di appartenente alla razza umana? Non sembrerebbe. Anche se la Scienza lo identifica, fin dalla fusione dei due gameti, come esponente di umanità, inequivocabilmente. La “morula” che darà inizio al moltiplicarsi delle sue cellule, non può lasciare dubbi sulla sua appartenenza alla specie degli umani e di nessun altro mammifero. Certo, è piccolissimo e noi siamo grandi, pesiamo molto di più, possiamo urlare sperando che il nostro grido arrivi a qualcuno, siamo in grado di difenderci... Il bimbo da poco concepito, non può! E, allora, noi che siamo grandi, in grado di urlare e di difenderci, possiamo farne ciò che ci torna più utile, ad esempio toglierli la vita. Non è forse questa la legge della giungla?

Nell’ultimo mese ho incontrato al Centro di Aiuto alla Vita Mangiagalli una donna che aspettava due gemelli. Lei, questa donna, non voleva due figli, per la verità non ne voleva neanche uno. Ma, un po’ irresponsabilmente, non si era coperta con alcun tipo di contraccezione. Uno, però, riusciva a pensare di farlo anche nascere, se aiutata, ma due, proprio no. E non avevano lo stesso diritto di vivere tutti e due, questi piccoli, non erano forse uguali? E come vogliamo declinare la parola fraternità in tutto ciò? Possiamo tradurre questa espressione con il nostro termine solidarietà? La solidarietà con la donna è ciò che tentiamo di mettere in campo quotidianamente. Le donne arrivano al nostro centro senza dover prendere appuntamenti e questo è possibile ogni giorno feriale, senza problemi di orario. Frequentemente i sentimenti di inadeguatezza e di ambivalenza, insiti nel femminile, portano alla donna ondate di ansia difficile da sopportare. Hanno forte il desiderio di poterla esternare stando con qualcuno che le possa raccogliere come un bene prezioso, da contenere perché non vada disperso, dilagando. A livello psicologico, la donna in difficoltà ci diventa figlia, figlia di un “grembo” che Silvia Vegetti Finzi definisce “psichico”.