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Cronaca

TUMORE A 11 ANNI/ Così il piccolo Reece ci insegna che la vita e la morte non sono in guerra

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Le parole hanno un peso: e l’aggettivo inutile, applicato a sofferenza, è fuori luogo. E il verbo accompagnare non andrebbe mai e poi mai usato per spingere alla morte. La compagnia di un uomo a un uomo è per la vita, anche su un letto di agonia. Non per liberarmi di te, o dell’angoscia che il tuo male mi suscita, ma per stringerti la mano forte, e condividere, cambiando il mio cuore.

Non confondiamo, allora, non facciamoci prendere neanche per un attimo dal pensiero “sì, meglio finirla, che continuare così, che vedere un figlio andarsene così”. Perché è il figlio, il protagonista, non i suoi genitori, benchè straziati. E’ lui che non vuole più medicine, e sappiamo che non è un capriccio: dopo otto anni di terapie tanto invasive, un ragazzino ha pure il diritto di godersi un tempo normale, di andare a far colazione da Wethersoon’s, per esempio, avere in dono il nuovo X Box One, farsi una foto co Johnny Depp travestito da pirata dei Caraibi.

Non vuole l’accanimento terapeutico, Reece, anche se non lo dice con un’espressione così fredda e appropriata. Vuole farci riflettere, questo moccioso inglese, sul fatto che vita e morte non sono in guerra, ma la seconda è parte della prima, com’è naturale per tutto. E poi, aggiungiamo, la scommessa è che la vita continui, in altro modo ma continui, per sempre, e tu possa godertela tutta quest’eternità dolce e intensa, gioiosa. Jack Sparrow, corri nel Kent, cerca la cittadina di Whitstable, chiedi dov’è il pirata più forte al mondo. Fatti una foto con lui, e prendilo a modello, quando navigherai tra le tempeste o sfiderai fiere e nemici.

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COMMENTI
21/02/2014 - ACCANIMENTO TERAPEUTICO VS. EUTANASIA (Ridolfi Daniele)

[riprende] assistito si interrompe una terapia od un supporto vitale (come alimentazione ed idratazione: vedi Eluana Englaro) che stanno consentendo alla persona di rimanere in vita e/o le si somministrano sostanze (ad esempio barbiturici ad alte dosi) allo scopo di farla morire. La differenza (scientifica ed etica) tra accanimento terapeutico ed eutanasia è, perciò, notevole.

 
21/02/2014 - ACCANIMENTO TERAPEUTICO VS. EUTANASIA (Ridolfi Daniele)

Qualcuno potrebbe pensare: "Ma come! Voi de Il Sussidiario, che avete speso tante pagine per dire quanto sia famigerata la legge sull'eutanasia infantile in Belgio, oggi approvate il fatto che un bambino decida di non proseguire la chemioterapia e quindi di andare incontro alla morte?". Le cose, però, non stanno esattamente così: nell'articolo, infatti, viene ben spiegato che il piccolo sin dall'età di 5 anni si è sottoposto ad ogni tipo di terapia disponibile, ma che, purtroppo, tali terapie non sono andate a buon fine. Perciò continuare la terapia avrebbe sul bambino solo effetti collaterali negativi (nausea, vomito, spossatezza, ecc...), senza alcuna prospettiva nè di guarigione né di miglioramento per quel che riguarda la patologia (insomma: tanti svantaggi e nessun vantaggio). Allora, in questi casi è giusto, etico e, persino, doveroso interrompere le terapie dimostratesi inefficaci. Continuare con tali terapie, al contrario, sarebbe soltanto accanimento terapeutico. Sul fatto che l'accanimento terapeutico sia da evitare lo dicono in tanti, compreso il Catechismo della Chiesa Cattolica (addirittura si dice che l'accanimento terapeutico è contrario alla dignità della persona). Dire "NO" all'accanimento terapeutico non vuol dire, però, dire "SI" all'eutanasia: nel rifiutare l'accanimento terapeutico si sceglie di interrompere terapie che sono risultate incapaci di migliorare la salute del paziente, mentre con le varie forme di eutanasia e di suicidio [continua]