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TUMORE A 11 ANNI/ Così il piccolo Reece ci insegna che la vita e la morte non sono in guerra

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Pensate a Reece Puddington, che ama a tal punto la vita da voler vivere i suoi ultimi momenti vivendo, a casa sua, con gli amichetti e la sua famiglia. Pensate a Reece, che ha il fegato, seppur malato, di raccontare le sue vicende su facebook, e di spiegare a tutti perché ha deciso di lasciarsi andare, di non proseguire le cure.

Reece è inglese, ha 11 anni, ha un cancro devastante. Fa la chemio e la radioterapia da quando, a 5 anni, gli hanno diagnosticato un neuroblatsoma, annidatosi nelle cellule dal suo sistema nervoso dal suo stato embrionale. Giust’appunto, diranno, se con qualche analisi lo scoprivano dall’inizio, evitavano a una creatura infelice di venire al mondo. Eppure vedo su fb le foto di Reece, che fa la linguaccia in biciletta, e non pare affatto infelice. Che ride con sua madre, Kay, cui lo unisce una complicità adulta e rara.

Kay ha fatto di tutto per suo figlio, come il papà. Hanno vissuto tra l’uno e l’altro ospedale del regno, hanno sperato di stroncare la malattia, che le cure facessero effetto. Sembrava così. Poi il fatale, terribile verdetto: il tumore ha preso il fegato, niente da fare. Si poteva, certo, e si può, continuare con quelle sedute tremende con la flebo che ti sfiancano, con la nausea, il vomito e le corsie d’ospedale. Oppure si poteva scegliere di combattere in altro modo, sorridendo, giocando, facendosi abbracciare da mamma e papà, affidandosi.

E’ questo che intende Reece quando scrive “che la natura faccia il suo corso”. Aggiunge che ci hanno pensato molto, in famiglia, a quando sarebbe stato abbastanza, anzi troppo. Per i suoi genitori, spiega come se fosse lui il “grande”, quel momento non sarebbe venuto mai. Ma per lui è arrivato: è stanco, vuole la sua casa, basta medicine. “L’inizio della fine”, così ha titolato la lettera sul social che sta commuovendo il mondo, non è affatto una resa. Non ha subito inganni, Reece, anzi, la verità gli è stata detta in modo anche troppo crudo. Forse si potrebbe, senza venir meno ai doveri medici, rendersi conto che un bambino è un bambino, e lasciare sempre aperta la porta al futuro. Non è illusione, ma tenerezza, perché non tutti sono tosti e forti come Reece, ragazzini più fragili potrebbero schiantarsi per dolore dell’anima, ancora più lancinante di quello fisico.

Dunque Reece è stato trattato da uomo, nella pienezza della sua libertà. Non gli hanno di nascosto propinato morfina per addormentarlo, e nel sonno profondo farlo trapassare con la dolce morte. Com’è accaduto ai figli di Goebbels, quando il padre gerarca aspettava i russi, e non voleva che il suo sangue fosse sporcato dalle loro mani. Come avviene in Belgio, ad esempio, dove hanno appena deciso che quando le sofferenze sono tante, e inutili, quando i genitori lo chiedono, lo ritengono, anche un bambino può essere accompagnato alla morte. 



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COMMENTI
21/02/2014 - ACCANIMENTO TERAPEUTICO VS. EUTANASIA (Ridolfi Daniele)

[riprende] assistito si interrompe una terapia od un supporto vitale (come alimentazione ed idratazione: vedi Eluana Englaro) che stanno consentendo alla persona di rimanere in vita e/o le si somministrano sostanze (ad esempio barbiturici ad alte dosi) allo scopo di farla morire. La differenza (scientifica ed etica) tra accanimento terapeutico ed eutanasia è, perciò, notevole.

 
21/02/2014 - ACCANIMENTO TERAPEUTICO VS. EUTANASIA (Ridolfi Daniele)

Qualcuno potrebbe pensare: "Ma come! Voi de Il Sussidiario, che avete speso tante pagine per dire quanto sia famigerata la legge sull'eutanasia infantile in Belgio, oggi approvate il fatto che un bambino decida di non proseguire la chemioterapia e quindi di andare incontro alla morte?". Le cose, però, non stanno esattamente così: nell'articolo, infatti, viene ben spiegato che il piccolo sin dall'età di 5 anni si è sottoposto ad ogni tipo di terapia disponibile, ma che, purtroppo, tali terapie non sono andate a buon fine. Perciò continuare la terapia avrebbe sul bambino solo effetti collaterali negativi (nausea, vomito, spossatezza, ecc...), senza alcuna prospettiva nè di guarigione né di miglioramento per quel che riguarda la patologia (insomma: tanti svantaggi e nessun vantaggio). Allora, in questi casi è giusto, etico e, persino, doveroso interrompere le terapie dimostratesi inefficaci. Continuare con tali terapie, al contrario, sarebbe soltanto accanimento terapeutico. Sul fatto che l'accanimento terapeutico sia da evitare lo dicono in tanti, compreso il Catechismo della Chiesa Cattolica (addirittura si dice che l'accanimento terapeutico è contrario alla dignità della persona). Dire "NO" all'accanimento terapeutico non vuol dire, però, dire "SI" all'eutanasia: nel rifiutare l'accanimento terapeutico si sceglie di interrompere terapie che sono risultate incapaci di migliorare la salute del paziente, mentre con le varie forme di eutanasia e di suicidio [continua]