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BOSS EVASO/ Se mamma e papà Cutrì difendono il figlio omicida: dove abbiamo sbagliato?

Pubblicazione:giovedì 6 febbraio 2014

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Si dice l’educazione, la cultura. Non è vero. I Cutrì sono gente d’età, e peraltro non hanno pare alcun legame con mafia e compagnie affini. Nessuno della casa figura tra i boss. Ma leggete l’intervista alla figlia di Totò Rina, sull’ultimo numero di un noto settimanale. Quello che ha sciolto il corpo di un ragazzino nell’acido. Leggete come onora ed esalta il padre. Ascoltate gli adolescenti di certi quartieri, a Napoli, Palermo o Bari, ad esempio, e le ragazzine, quale il loro mito, chi vorrebbero come fidanzato. Il boss, il capo cosca. Eppure questi sono giovani, hanno studiato, almeno un pochino, sono passati per forza dalle istituzioni, per così dire. Dove abbiamo sbagliato, visto che non si tratta di una diversità antropologica? Da quanto tempo si è ripetutamente sbagliato, a vessare, a sfruttare, a non mostrare impegno e onestà, severità senza cedimenti? Ma soprattutto si può fare qualcosa, e cosa? 

Cambiare la testa di questa gente, di questa giovane gente è più importante che stringere accordi con gli emiri, e stilare una buona legge elettorale. Io comincerei con striscioni in ogni scuola, in ogni strada, per inneggiare alle forze dell’ordine, indicandoli come veri eroi, maestri di abnegazione e coraggio. Li farei parlare, invitati speciali, in ogni classe, vorrei le loro storie su ogni giornale, in ogni trasmissione tv. Farei sfilare l’esercito, che porti caramelle ai bambini, come si è fato a Kabul, insegnando a farsi amare. Parlerei da ogni cattedra, da ogni microfono, da ogni pulpito (soprattutto da ogni pulpito o altare) della vigliaccheria, della miseria, della crudele stupidità dei boss, segnandoli a dito, sguinzaglierei come inviati in missione maestri e sacerdoti ad aprire oratori e campi sportivi e doposcuola. Basta interviste, alle donne di mafia, e ai figli dei suoi capi. Il silenzio, rispettoso silenzio, anche per la famiglia Cutrì.



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