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Cronaca

IL CASO/ Andreste in un locale dove sono ammessi i cani ma non i bambini?

Viene dalla Gran Bretagna la tendenza dei locali "childfree", quelli dove i bambini non sono graditi. È davvero una questione di educazione? E di chi? Il commento di PAOLA CARONNI

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Giri in città e ti vengono all'occhio sulle vetrine di alcuni locali e ristoranti nuovi adesivi, nuovi divieti a colori vivaci; mentre sbiadiscono e drasticamente diminuiscono i divieti di accesso agli animali, compaiono avvisi nuovi (che magari si guardano due volte per sicurezza, per essere sicuri di aver capito bene) per adesso ancora rari e un po' camuffati. Sono per esempio i soliti segnali che ci sono all'uscita delle scuole, con i due bambini che si tengono per mano: ma la scritta sotto cambia e si trasforma in divieto, "no children", e in effetti le sagome sono sbarrate da una riga rossa obliqua. Altri adesivi puntano sull'ironia, un pupo piangente da cartone animato anche lui sbarrato, una carrozzella anch'essa annullata dalla sbarra diagonale.

Sono i locali "child free", cioè vietati ai bambini. O meglio, dato che la legge in Italia non prevede che si possa vietare l'ingresso ai bambini, locali nei quali i bambini non sono graditi, del tutto o in alcuni orari stabiliti, perché danno fastidio. È la tendenza childfree (non childless, perché questo termine implica l'impossibilità a non averne di bambini, e quindi una certa sfumatura di sofferenza del tutto estranea al primo termine), che è quella dei locali più trendy, esclusivi, alla moda; nella maggior parte dei quali un genitore sano di mente si guarderebbe bene dal portarsi i figli, primo perché non si godrebbe la serata, secondo perché di questi tempi farebbe bene i conti prima di entrare. 

Trascuriamo per un momento l'interpretazione più facile, che sembra legittima a tutti, e cioè che il gestore di un locale tutela la tranquillità dei suoi clienti impedendo che un bambino piangente e urlante li disturbi, trattenuto a forza al tavolo o lasciato scorrazzare in libertà. È probabile che, richiesto, il bambino stesso concorderebbe sul fatto che non ce la fa a stare a sentire seduto e immobile due ore di discussione fra adulti, e preferirebbe starsene a casa con la nonna. Il problema è quindi di educazione, di chi lo porta dove lui non vuole stare e dove gli altri non lo vogliono - dunque non del bambino, ma dei genitori; si possono creare zone esenti da maleducazione, così, per legge o convenzione?

Il fatto che questa tendenza "no kids" sia lessicalmente caratterizzata da termini anglosassoni ci fa capire da dove viene; i nostri esperti di marketing e pierre, così indulgenti con tutto quello che ci arriva battezzato dall'inglese, finiranno per convincere i gestori che l'adesivino segnala il locale alla moda, lo rende più ricercato. Altra questione quella che riguarda la possibilità di viaggiare con i bambini; e ricordiamoci che in Italia siamo fieri di aver introdotto la possibilità per i cani di viaggiare in treno con i loro padroni.