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BANCO ALIMENTARE/ Eccedenze di cibo, opportunità per tutti: il "modello" Trentino

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La ricerca presentata da Perego: non sprecare le eccedenze conviene a tutti.

A presentare la ricerca oggetto dell’incontro è stato Alessandro Perego, professore ordinario di logistica e supply-chain management al Politecnico di Milano, uno dei tre curatori dell’indagine che, realizzata in collaborazione con Fondazione per la sussidiarietà e Nielsen Italia, è raccolta nel volume “Dar da mangiare agli affamati. Le eccedenze alimentari come opportunità” (Guerini e Associati). Perego ha premesso che il problema di fondo è culturale e di comunicazione. Ancora troppo spesso, infatti, gli alimenti prodotti in eccesso dalle aziende agricole, della trasformazione o che restano invenduti nelle strutture della distribuzione e della ristorazione, sono considerati uno spreco da evitare e non un’opportunità e una risorsa da valorizzare. L’ipotesi di lavoro della ricerca è consistita nel dimostrare che le eccedenze sono, invece, in larga parte inevitabili e, se gestite con consapevolezza e soprattutto collaborazione tra imprese e associazioni come il Banco alimentare, possono risultare “fungibili”, cioè utilizzabili per rispondere ai bisogni sociali oggi moltiplicati dalla crisi.

 

Ovviamente le eccedenze alimentari nella filiera che porta dalla produzione e trasformazione fino alla distribuzione e al consumo, sono tanto più fungibili (la fungibilità può essere alta, media o bassa) quanto maggiori sono le possibilità di recupero è la “durata” dei cibi. Dall’indagine, ha spiegato Perego, emerge che ogni anno in Italia si generano 6 milioni di tonnellate di eccedenze alimentari (di cui 2,3 dall’agricoltura e 2,5 dai consumatori finali), il cui valore è pari a circa 13 miliardi di euro. Il valore pro-capite dell’eccedenza è di 101 kg e 220 euro. Interessante è il fatto che il 54% dell’eccedenza generata nei vari segmenti della filiera è ad alta o media fungibilità. Gli alimenti che in Italia potrebbero essere utilizzati per rispondere al bisogno sociale ma non lo sono e che quindi costituiscono uno “spreco”, ammontano annualmente a 5,5 milioni di tonnellate, pari al 16% dei consumi e al 92,5% dell’eccedenza, per un valore di 12,3 miliardi di euro. Anche se lo spreco è minore nei segmenti in cui la fungibilità delle eccedenze è maggiore, il 51% dello spreco è a medio-alta fungibilità. Il 55% dello spreco alimentare è generato dalle varie imprese della filiera, e il 45% nelle famiglie. Dei 6 milioni di tonnellate di eccedenze all’anno, 3,2 sono ad alta o media fungibilità (5,4%). Naturalmente le eccedenze possono servire (sono fungibili) oltre che all’alimentazione umana, anche all’alimentazione animale, oppure diventare rifiuto valorizzato o non valorizzato. Quasi il 50% dello spreco alimentare (5,5 milioni di tonnellate all’anno) presenta una fungibilità media, il 2% alta fungibilità e il resto bassa fungibilità. Perego ha evidenziato che già oggi l’industria di trasformazione e i centri distributivi della grande distribuzione organizzata (GDO) recuperano con la collaborazione del Banco alimentare il 50% delle eccedenze alimentari ad alta fungibilità. Restano da mettere in campo azioni per diffondere queste best practice valutandone sia la convenienza economica che l’impatto sociale. Dell’eccedenza a media fungibilità prodotta per il 51% da Ortofrutta, Trasformazione “freschi” e “surgelati”, Punti vendita GDO, Ristorazione Collettiva, è invece recuperato solo il 10%. “C’è quindi spazio – ha segnalato Perego – per introdurre processi strutturati di gestione delle eccedenze (soprattutto nei “nodi” a maggiore capacità logistica) con l’integrazione con intermediari specializzati. Le conclusioni della ricerca evidenziate da Perego riguardano la responsabilità dei tre soggetti interessati: gli attori economici; gli intermediari come il Banco alimentare; e l’ente pubblico. Per le imprese della filiera alimentare si tratta di maturare la convinzione culturale che l’eccedenza non è un “errore di cui vergognarsi” perché è in parte fisiologica e costituisce, anzi, una opportunità.

 

Purché sia gestita non più in modo estemporaneo ma con processi strutturati, mediante lo sviluppo di modelli di stima dei benefici economici derivanti dall’uso di canali “professionali” di gestione delle eccedenze. Agli intermediari come il Banco alimentare l’indagine suggerisce di crescere nella professionalità, nella logistica, nella trasparenza (dei processi) e nella capillarità. Quanto agli attori pubblici (Stato, Regioni, Province, Comuni), per favorire la ricaduta sociale delle eccedenze sono chiamate a sviluppare strumenti di diffusione della conoscenza e monitoraggio del fenomeno (creando ad esempio una banca dati), a favorire l’adozione dei modelli virtuosi (ad esempio incentivi fiscali a chi dona e a chi “aiuta”, agli operatori logistici e agli intermediari come il Banco alimentare), e promuovere progetti pilota nei segmenti a minore fungibilità (come ad esempio la ristorazione commerciale e i punti vendita). All’incontro del Banco alimentare sono intervenuti con un saluto anche l’arcivescovo Luigi Bressan, il presidente del Sait Renato Dalpalù e, per la Fondazione cassa di risparmio di Trento e Rovereto, Gianni Benedetti.

 

(Antonio Girardi)

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