BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

BAMBINE UCCISE A LECCO/ Cosa c'entra Papa Francesco coi sociologi fai-da-te?

Pubblicazione:martedì 11 marzo 2014

Le sorelline assassinate a Lecco (Facebook) Le sorelline assassinate a Lecco (Facebook)

Il recente fatto di Lecco è una ferita per tutti noi e non si può prescindere da questo dolore. Una donna di 37 anni, lasciata dal suo compagno in modo oramai definitivo – si era infatti assentato per tornare nel suo paese di origine a presentare all’anziana madre la sua nuova compagna – si dispera e uccide le sue tre figlie (4, 10 e 13 anni) poi, invano, tenta di togliersi la vita. Le cronache ci dicono che Edlia – questo il nome di questa giovane donna albanese – al contrario della Medea di Euripide, dichiara di non avere ucciso per vendetta, ma dopo un’analisi della realtà alla quale lei e le sue figlie andavano incontro: una vita di stenti e di potenziale prostituzione. È la cronaca di un lucido delirio: dove Edlia ritiene che dal futuro non possa venire nessun bene, nessuna risurrezione. Il mondo interamente spiegato dalle amorfe connessioni causa/effetto non potrà lasciare alle sue tre figlie nessun’altra strada. Ma è anche la cronaca di una solitudine profonda e illimitata, nella quale sono mancate le relazioni significative, quei legami che Edlia Dobrushi non è riuscita ad edificare, né a riconoscere e che Bashkim Dobrushi, il suo compagno, non è riuscito a costruire, né a difendere. 

Tutto sembra essere spaventosamente chiaro in questa folle sociologia “fai da te”. Su La Stampa di Lunedì 10 Marzo, Elena Loewenthal, parlerà di “vite deboli dei genitori”. Per lei “la possibilità di abbandonare il proprio tetto e chi ci dorme sotto non dovrebbe mai prescindere dalla consapevolezza che ogni scelta comporta delle conseguenze ed esige un minimo di lungimiranza.” Manca quindi il senso di responsabilità: è vero, ma non possiamo non alzare lo sguardo e cercare risposte più in alto.

Il cardinale Angelo Scola chiederà di raccogliersi in preghiera: “affinché ci aiuti a portare il nostro smarrimento e la nostra impotenza non priva di responsabilità”. Sono parole che vanno lette da vicino: la “preghiera”, come primo e disperato grido di aiuto a Dio, unica risposta umanamente all’altezza di un tale male. Lo “smarrimento”, come riconoscimento della nostra impossibilità a penetrare il buio della mente di una madre che uccide le sue bambine. Infine l’“impotenza” come riconoscimento della dappochezza dei nostri saperi. Un’impotenza che non ci lascia tranquilli, perché non ci esime dalle nostre “responsabilità”, che ci sono.

Siamo colpevoli di avere alimentato una cultura della leggerezza assieme all’immagine di un mondo determinato dalle mille opportunità, sempre alla nostra portata. Dove è possibile abbattere e ricostruire, lasciare e andare altrove; dove anche la possibilità di azzerare tutto appare proponibile; proprio come ha fatto Edlia nel suo triste “finale di partita”, ponendo mano all’ultima distruzione concepibile, quella del bello e del buono che c’era: le sue tre bambine. 


  PAG. SUCC. >

COMMENTI
11/03/2014 - C'è sempre un Bene che ci porta in Paradiso (claudia mazzola)

E' morto Napo, 53 anni, drogato, alcolizzato, con il pace maker al cuore. Lo hanno trovato soffocato e cianotico. Non credeva in Dio, un amico mi ha detto che pure lui avrà avuto un istante per riconoscere il Mistero e la Sua Misericordia. Spero sia così anche per le tre bambine uccise.